Buongiorno
mondo! Il Maestro oggi ribadisce a chi oppone resistenza al suo messaggio che :
"Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io
faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Gv 8,21-30). Il volto del Dio
di Gesù è quello di un Padre che si prende cura, che non abbandona mai, che si
fa compagno di strada, che sostiene e infonde vita e amore con abbondanza e
gratuitamente a coloro che lo accolgono. Solo chi condivide e fa propria questa
prospettiva è reso capace di "fare cose che a Lui sono gradite". Gesù
non sta parlando di opere generiche, di "fare un qualcosa" per gli
altri, ma sta parlando dell'orientamento fondamentale dell'esistenza:
"cosa gradita" è praticare un amore simile a quello del Padre,
assomigliare a Lui nel nostro stile di vita. È attraversare questa esistenza in
un atteggiamento di dono continuo, in tutte le situazioni che la vita stessa ci
pone davanti, anche quelle create da persone che con facilità consideriamo
perdute. Soprattutto con quelle. L'amore del Padre non conosce limiti, si fa
prossimo a tutte e a tutti e invita fare altrettanto, così come siamo, con le
nostre fragilità e le nostre paure e resistenze. Quanto più comprendiamo questo
tanto più sperimenteremo come il Padre stesso si prende cura di tutto questo e
ci risana, ci riempie dei suoi doni, ci rende capaci "di compiere cose
gradite". So che tanti sono preoccupati spesso della loro incapacità ad
aprirsi al perdono, al dono totale. Lo sa anche il Padre: non ci vuole perfetti
con uno schiocco di dita, ci vuole amanti, appassionati dell'umanità, capaci di
assumerci giorno dopo giorno la fatica gioiosa del crescere in questa
prospettiva; un percorso accidentato, difficile, ma "Colui che mi ha
mandato è con me e non mi ha lasciato solo": per questo osiamo, ci crediamo,
scegliamo di vivere così, anche in questi tempi dolorosissimi di COVID-19. Un
abbraccio a tutte e tutti. Buona vita.
Liturgia Quotidiana
martedì 31 marzo 2020
lunedì 30 marzo 2020
Buongiorno
Buongiorno
mondo! "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di
lei" (Gv 8,1-11) frase conosciutissima, forse la più conosciuta tra quelle
pronunciate da Gesù. Spesso è stata pronunciata da chi, poi, è corso a
raccattare le pietre che altri hanno lasciato cadere e approfittare così per
esercitarsi nello sport nazionale preferito: lancia il sasso e nascondi la
mano. Il grande insegnamento di Gesù ci porta dritti al cuore del Vangelo: il
giudizio del Padre è sempre un atto di misericordia. Papa Francesco, tempo fa,
ce lo ha ricordato: "Chi sono io per giudicare?". Non vuol dire
chiudere gli occhi su quelle situazioni di peccato che sviliscono la persona,
annientano la sua dignità imbruttiscono il volto dell'umanità. Gesù il peccato
lo guarda in faccia, ma con occhi di misericordia che sanno risanare, riaprire
alla vita. È uno sguardo che ridona dignità e libertà, che apre nuovi percorsi
e immette aria nuova. Le nostre comunità sono divenute spesso delle cave di
pietre a buon mercato pronte all'uso: basta sapere a chi chiedere e trovi tutte
li munizioni che vuoi. L'istituzione gerarchica stessa non ne è immune: altro
che Chiesa di persone! Spesso ci troviamo immersi in autentiche pietraie che
sono il frutto di anni di esclusione, di emarginazione, di abbandono. Sono
pietre ben scelte, lucidate dalla rigorosità della legge, levigate dall'aridità
di certa teologia che ormai non sa più nemmeno come si scrive la parola Padre.
Sono le pietre che gridano la sofferenza di tutte e tutti coloro che aspirano
alla bellezza e alla freschezza del Vangelo, che anelano alla vita, che
aspirano all'amore. Forse è davvero giunto il momento che ognuno guardi dentro
le proprie tasche e lasci davvero cadere per sempre le pietre che ancora vi
giacciono nascoste in attesa del bersaglio... Un abbraccio a tutte e a tutti.
Buona vita.
venerdì 27 marzo 2020
Buongiorno
Buongiorno mondo! Oggi il Maestro ci ricorda che "voi mi conoscete e
sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è
veritiero, e voi non lo conoscete" (Gv 7,1-2.10.25-30). Credo sia un
invito a non "metterci in tasca" Dio con troppa facilità: è facile
costruirsi un'immagine di Dio adatta ai nostri bisogni, un dio che funzioni a
seconda dei nostri desideri. Gesù ci invita sempre ad andare oltre, a non
accontentarci, a non credere di sapere. Penso che solamente così il Padre potrà
manifestare il suo vero volto, e noi non cadremo nella tentazione di
fabbricarcene uno a misura nostra. Facciamo dunque attenzione perché quando
circolano troppe monete false, anche le vere diventano sospette. Un abbraccio a
tutte e a tutti. Buona vita.
giovedì 26 marzo 2020
Buongiorno
Buongiorno mondo! Ecco cosa mi porto nel cuore del
Vangelo di oggi: "E anche il Padre, che mi ha mandato,
ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete
visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non
credete a colui che egli ha mandato. (Gv 5,31-47) ".
Potremmo titolare queste righe così: la presunzione della conoscenza. Un conto
è sapere delle cose sul conto del Maestro, un conto è condividere con lui
l'intimità del discepolo amato. A volte ho l'impressione, senza voler per
questo giudicare o cadere nello stesso errore di presunzione, che
nell'esperienza della comunità ecclesiale si fa mostra di sapere tanto, di
istruzione a gogò, ma alla prova dei fatti tutto questo si rivela un buon
esercizio di studio (necessario, intendiamoci) ma alla prova dei fatti ognuno
resta con le sue convinzioni. L'esperienza della condivisione di vita con il
Maestro non è fatta di "Noi sappiamo, noi ti conosciamo" perché
questo porta spesso a ingabbiare il Maestro nelle nostre categorie e renderlo
così "docile" e facile da manovrare, adattando la dura chiarezza
della sua proposta alle nostre inerzie, alle nostre paure di perdere tutto, al
nostro "onore". Conoscere Lui significa entrare in una relazione di
intimità tale da accogliere quella forza che l'ha "spinto" a farsi
uno di noi: l'amore del Padre, che chiede di essere accolto e condiviso. I
discepoli non sono coloro che "sanno", ma coloro che vivono
trasmettendo non saperi di potere, ma scelte di servizio; non saperi di
possesso, ma percorsi di condivisione; non saperi di apparenza, ma fatiche
quotidiane nel vivere la verità dell'essere figli e fratelli. Un abbraccio a
tutte e a tutti. Buona vita.
mercoledì 25 marzo 2020
Buongiorno
Buongiorno mondo! "In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria" (Lc 1,26-38). Cominciamo bene: per la sua "entrata in scena" nel mondo Dio non poteva scegliere di peggio: Nazareth. Villaggio oscuro, nominato forse una volta nell'AT e per di più in quella regione di teste calde, nazionalisti all'estremo, che era la Galilea. Niente Gerusalemme, niente tempio, niente sacerdoti: solo gentaglia che di suo aveva anche un dialetto che li faceva subito riconoscere. Fin dall'inizio Dio ha le idee ben chiare: se passo da Gerusalemme mi "ingabbiano" ancor prima che pronunci una parola, mi mettono nei loro schemi religiosi e addio buona notizia. Ma ancor di più, al suo arrivo sceglie una coppia che già aveva fatto i suoi progetti (o quanto meno le famiglie già avevano siglato il patto per le nozze) e sbaraglia tutto infilandoci un figlio, il Figlio, che stravolgerà non solo le loro, ma anche le vite di quanti lo incontreranno e decideranno di seguirlo. Ecco come è fatto il nostro Dio: non parte da persone religiose, perfette, pronte all'uso, ricche di spiritualità e ripiene di santa teologia. Parte da chi noi non degneremmo di uno sguardo e da lì apre una storia che si fa sorgente di vita per chi sa accogliere senza pregiudizio il suo messaggio, senza la puzza sotto il naso di chi, dall'alto della sua religiosità, può permettersi di dire: "Cosa può mai venire di buono da Nazareth?". Ecco quello che può venire di buono: un Dio che sceglie di farsi uno di noi per farci come Lui. Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
martedì 24 marzo 2020
Buongiorno
Buongiorno
mondo! Oggi Giovanni nel vangelo ci narra la guarigione dell'uomo che da
trentotto anni era infermo. Dopo il fatto, quando incontra Gesù per la seconda
volta si sente rivolgere queste parole: "Poco dopo Gesù lo trovò nel
tempio e gli disse: "Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti
abbia ad accadere qualcosa di peggio" (Gv 5,1-16). Immagino già i vari
"soloni" della teologia da quotidiano (abilmente camuffati da mistici
mentre in realtà sono solo mistificatori: ogni riferimento è puramente casuale
e non voluto) gridare: "Visto! Avevamo ragione noi! Gesù guarisce
quell'uomo e gli chiede di non peccare per non ricadere malato. Quindi se siamo
malati è perché siamo castigati per i nostri peccati!". Già, peccato che
Gesù avesse chiesto a quell'uomo, guarito in giorno di sabato, di non peccare
più intendendo con questo il fatto di non rientrare più nel gioco sporco della
religione che opprime e non libera, quella religione che da 38 anno lo teneva
immobile (quasi un soprammobile ben in vista per testimoniare quel che succede
quando non è si è fedeli a Dio...), quella religione dove il posto di Dio è
preso da coloro che dovrebbero facilitare l'incontro con Lui e non impedirlo o
seppellirlo sotto tonnellate di leggi, leggine, divieti, prescrizioni,
attestati, certificati, timbri, firme, verbali e azzeccagarbugli di vario
genere. Gesù chiede a quell'uomo di starsene lontano da tutto questo: una volta
incontrato il Dio che libera, che ridona vita, che ripara la dignità offesa, che
rende il cuore capace di amare, ebbene, il peccato sta proprio nel tornare
dentro il fango della religione costituita e ingabbiare così il cuore del
Padre, trasformandolo di nuovo in un dio che chiede incessantemente e non in un
Padre che dona senza riserve. 38 anni... una vita. Quanta strada ancora. Un
abbraccio a tutte e tutti. Buona vita.
lunedì 23 marzo 2020
Buongiorno
Buongiorno
mondo! Al funzionario del re che chiede aiuto per il figlio malato, Gesù
risponde con queste parole: "...Se non vedete segni e prodigi, voi non
credete..." (Gv 4,43-54). Credo che queste parole siano di un'attualità
sconcertante e definiscano bene la realtà religiosa (o pseudoreligiosa) in cui
tanti si dibattono. Non ci interessa capire cosa il segno indichi, ma vogliamo
a tutti i costi un segno, un prodigio che ci permetta di dire: "Io
c'ero!". I segni che Gesù opera non sono fatti per sbalordire, per
convincere, per crearsi degli adepti. Sono segni che indicano l'obiettivo della
sua esistenza: rivelarci il volto del Padre e proporci di assomigliare a Lui
nel praticare un amore simile al suo. Per questo in un altro passo Gesù stesso
dice che se entriamo in tale percorso di fede faremo "... dei segni anche
più grandi di quelli" che ha fatto Lui. In fondo, la proposta è uscire
dalle sabbie mobili del prodigioso a tutti i costi ed entrare nella dimensione
dove più che fare segni, diventiamo segni noi stessi. Segni che indirizzano
umilmente, con le nostre fragilità, al volto di un Padre che svela giorno dopo
giorno il suo sogno: fare di tutti e di ciascuno dei figli e del mondo una casa
dove respirare a pieni polmoni aria ricca di vita, di amore, di perdono. Un
abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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