Portatori di frutti, non di foglie
Mc 11,11-25
(…) Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe
e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio.
Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!»”. (…)
Sappiamo che, all’epoca di Gesù, il Tempio era una struttura maestosa e ricchissima. Pensiamo solamente al candelabro a sette braccia in oro pesante 80 kilogrammi. O al pergolato d’oro, continuamente arricchito di tralci d’oro donati dai fedeli (una sorta di ex-voto ante litteram), posto nel corridoio che conduceva alla prima stanza. I fondi del tempio, poi, alimentati dal denaro dell’aristocrazia di Gerusalemme, insieme alle sue proprietà mobili e immobili, ne facevano la più grande istituzione bancaria dell’epoca nel Mediterraneo.
Gesù pone un’azione dura e profetica. Compie quest’azione da solo, senza i discepoli (magari rimasti da lontano a guardare… non si sa mai…), anche per ribadire che questo non è un atto di forza per impadronirsi del tempio e delle sue ricchezze e per stabilirvi un nuovo ordinamento, ma si tratta di un’azione profetica dai tratti decisamente sovversivi. Nel tempio che Gesù conosce e nel quale compie questa azione, il culto sacrificale e il commercio religioso aveva dissolto la presenza di Dio e distorto il suo volto: il Dio che Israele aveva conosciuto come creatore e liberatore, e che i profeti avevano da sempre annunciato, era diventato un Dio sfruttatore che al posto di dare vita la esige per sé. Il Dio “misericordioso e pietoso” era diventato un Dio taccagno e interessato, che offre i suoi favori in cambio dei sacrifici animali o dell’offerta di doni materiali. Nell’insegnamento che offre dopo l’azione, Gesù pone in risalto la finalità primaria del tempio: essere un luogo dove uomini di ogni razza e nazione potessero incontrare il Dio autentico ed entrare in relazione con lui. Per colpa dei suoi capi, Israele (il fico del testo) ha fallito la sua missione. Notiamo come l’operato di Gesù termina con un insegnamento e non con un tentativo di sostituire le autorità del tempio stesso. Come ha evidenziato con l’episodio del fico, la situazione è ormai irreversibile e il tempo di porvi rimedio è ormai estinto.
Non vi è in tutto questo un forte richiamo sul significato dell’esistenza delle nostre comunità? Non esistiamo per “fare affari” o “farci gli affari nostri”. Non siamo qui ad offrire all’umanità la possibilità di accedere a Dio dietro un più o meno modico compenso. Le nostre comunità sono (o dovrebbero essere) “casa di preghiera”, ossia spazi concreti di vita in cui è davvero possibile sperimentare concretamente la presenza del Padre. O forse, siamo diventati solo piante di fico ricche di tanto “fogliame”, bello a vedersi, ma inutile e che impedisce persino di fare frutto.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
Spreaker