XIV Domenica A
Provocazioni evangeliche in Mt 11,25-30
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Osare l’oltre
Gv 20,24-29
(…) Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Oggi festa di San Tommaso, grazie al quale abbiamo l'ultima beatitudine del Vangelo secondo Giovanni: "Beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto" (la prima è quella espressa all'Ultima Cena, quando Gesù ricorda, dopo la lavanda dei piedi: "Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica"). Il bisogno di credere di Tommaso genera la più alta espressione di fede che troviamo nei testi evangelici: "Mio Signore e mio Dio!". Tommaso ha un disperato bisogno di credere; per lui, l'unico disposto ad "andare a morire" con il Maestro, non può essere finito tutto sulla croce: il dono della vita non può essere annullato dalla morte e da "quella" morte. È un invito a spingersi oltre i limiti. La proposta di Gesù non è fatta per i monoliti, che stanno ben fermi nelle loro posizioni, ma è per tutte e tutti coloro che osano, che fanno "dell'oltre" il loro orizzonte infinito, che volgono lo sguardo su un "al di là" che non è alienante rispetto a "l'al di qua", che non si perdono nella ricerca e nel rimpianto di un "paradiso perduto", ma lavorano con il Padre e il Figlio, immersi nello Spirito, alla costruzione di un giardino di vita che comincia nell'oggi del nostro esistere. Lo stesso giardino in cui era stato sepolto l'autore della vita, dato per finito, ora si svela come luogo della vita, paradiso per chi osa credere “oltre".
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Lasciarsi provocare da Gesù
Mt 9,1-8
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
Nella cultura religiosa in cui Gesù ha vissuto, la malattia era considerata sempre "legata" in qualche modo al peccato.
"Non insistere, sorella, fratello, se sei messo così, vuol dire che hai combinato qualcosa che ha offeso e fatto arrabbiare l'Onnipotente, benedetto il Suo nome santo": queste erano le parole che più o meno avremmo potuto sentire quel giorno ( ma succede anche oggi, e non di rado!). Da una visione distorta di Dio, una visione distorta dell'uomo.
Questo modo di considerare Dio alla stregua di "giustiziere" sempre pronto a punire, castigare, distruggere, diabolicamente attento alle nostre più piccole trasgressioni per coglierci in fallo non fa parte della proposta di Gesù. Siamo liberi di considerare Dio come vogliamo (e di fatto lo facciamo), ma se ci mettiamo alla sequela del Maestro, allora dobbiamo essere disposti a mettere in crisi tutte le immagini di Dio che ci siamo fatti e disporci all'incontro con un Padre.
Gesù soffia dentro la storia la novità del perdono in maniera nuova. Sarebbe anacronistico leggere questi testi alla luce della nostra teologia sul perdono sacramentale. Per Gesù liberare qualcuno dal peccato era liberarlo dalla sofferenza più lancinante, la sofferenza dell'umiliato perché giudicato un indesiderabile e un maledetto da Dio. Da questo punto di vista, nelle nostre comunità abbiamo ancora parecchia strada da fare, visto che abbiamo ridotto il perdono a un semplice affare privato. Anzi, spesso e volentieri dopo aver ricevuto il perdono ci rivestiamo della veste di giudici e ricominciamo a escludere, a giudicare, a emarginare "in nome di Dio, che benedetto sia il Suo Nome".
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Maiali volanti
Mt 8,28-34
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque. (…)
In effetti è una bella domanda e la si potrebbe rigirare e tenere per noi oggi: "Cosa abbiamo in comune con Gesù?". Questione che occorre porsi ogni giorno per evitare la tentazione di impadronirci del Maestro e utilizzarlo per i nostri propri fini personali. Qualcuno, "amichevolmente", mi ha definito come il "teologo del pressapoco“ : non sono un teologo di professione (grazie a Dio!), ma conosco da più di trent’anni la fatica quotidiana del confronto con il testo evangelico. È una fatica che richiede umiltà, davanti al testo, ricerca appassionata, rifiuto della mentalità del "tanto lo conosco, tanto so già quel che dice". Una ricerca dettata dal desiderio di arrivare il più vicino possibile alla Parola del Maestro per poterla condividere con sorelle e fratelli in cammino come me sulle strade del Vangelo e nella costruzione del Regno di Dio (e non mi metto a specificare qui cosa sia il Regno...di sicuro non è luogo di crociate!). Per questo fatico a sopportare i saccenti di turno che senza mai aver letto qualcosa di serio si mettono a sproloquiare a destra e a manca su quanto Gesù ha detto o fatto, confondendo pareri personali (alquanto sgangherati, a volte ricchi di ipocrisia e spesso ridicoli) e riducendo alla propria la "ipsissima vox Jesu" (che è quasi praticamente impossibile identificare…). Ecco perché ritengo vitale che ogni giorno ci si chieda: "Che vuoi da noi, Figlio di Dio?". In caso contrario, la rupe è lì, davanti a noi.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Fede nella paura o paura della fede?
Mt 8,23-27
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».
"Perché avete paura, uomini di poca fede?". Di fronte alla tempesta che sballotta la piccola imbarcazione, i discepoli hanno paura. Come noi, spesso, quando la vita ci afferra con rudezza e ci sbatacchia di qua e di là; come noi quando perdiamo gli abituali punti di riferimento, le cose o le persone a cui ci siamo sempre aggrappati. Come noi, che entriamo in panico quando la potenza liberante della parola evangelica sconvolge le acque chete e tranquille delle nostre fedi un po' pantofolaie e ci sbatte in mezzo alle tempeste della vita senza troppi riguardi. Da questa paura emerge la pochezza della fede, l'incapacità di fidarsi e affidarsi al Maestro che, con il suo sonno tranquillo, ci offre un'ulteriore lezione: siamo nelle mani del Padre, perché temere? Siamo nelle mani di Colui che si prende cura di noi, non ci fa mancare nulla, ci avvolge nella sua misericordia in ogni istante: "Perché avete paura, uomini di poca fede?".
Qua e là sento sempre più alte le voci dei "profeti di sventura" che urlano la loro paura di perdere l'identità, la vita, il peso nella società, il "contare" tra gli altri; sono le urla di tutte e tutti coloro che rimangono tenacemente attaccati, come cozze allo scoglio, a un dio del passato e non sanno intravedere il volto del Padre nel presente: un Padre che invita a prendersi cura di tutte di tutti per sperimentare come Lui si prende cura di ciascuno.
La barca della Chiesa è sballottata dalle onde? "Perché avete paura, uomini di poca fede?": forse è l'unico modo per buttare a mare tutto ciò che non serve e tornare all'autenticità della parola del Maestro e alla sua proposta alternativa del Regno, la nostra "casa comune".
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Una relazione che interroga
Mt 16,13-19
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio delluomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». (…)
"Voi chi dite che io sia?": questa la domanda evangelica che illumina la nostra giornata.
Il nostro percorso spirituale si fonda e si rifonda sulla risposta personale, faticosa, quotidiana, alla domanda: "Voi chi dite che io sia?". Domanda che ogni giorno deve avere una risposta; domanda che non conosce la tranquillità di una risposta data una volta per sempre. Domanda che esige profondo coinvolgimento personale, non un'asettica adesione al dettame esterno di una verità spesso usata più per andare "contro" che non per proporre alternative di vita. Domanda che deve plasmare cuore e mente e generare l’umanità, quell’umanità composta da uomini e donne che finalmente si scoprono figli e fratelli, figlie e sorelle, tutti chiamati a continuare l'opera della creazione permettendo alle possibilità aperte e offerte dalla Vita di emergere in un brulichio continuo. Solamente in una relazione vitale e autentica con il Vivente, e non con un’idea che ci facciamo di Lui, potremo trovare risposta a una tale impegnativa domanda.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia, non la soluzione.
XIII Domenica 28 giugno 2026
Dio come Gesù
Mt 8,1-4
Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».
La legislazione che riguardava la lebbra era chiarissima e severa: colui che era riconosciuto come affetto da questa malattia doveva essere isolato, condannato all'ostracismo e emarginato dalla società civile. E per evitare di rendere impure altre persone, doveva fare in modo di segnalare la sua presenza e mantenere debite distanze. Al suo solito, Gesù fa capire che non è escludendo che si risana una persona, non è emarginandola, non è isolandola, ma "toccandola", circondandola di affetto e amore. Troppo facilmente abituati a pensare (anche perché così facendo evitiamo di sporcarci le mani) che Gesù è Dio, non pensiamo mai nell'altra direzione: Dio è come Gesù. Il gesto che pone Gesù sta a indicare ciò che compie Dio nei nostri confronti ogni giorno, ma soprattutto, nei confronti di tutte e tutti coloro che in qualche modo la legge esclude, isola ed emargina.
Io sarò pure "confuso", come qualcuno (non molto amabilmente) mi ha detto, ma assicuro che tutto mi è diventato più chiaro da quando ho compreso che Dio è come Gesù: la prospettiva cambia, e di molto (e forse tante stupidate che si sentono in giro sparirebbero).
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Uscire dalle sabbie mobili dell’illusione
Mt 7,21-29
(…) In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: "Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?". Ma allora io dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!".
Affascinanti e quanto mai crude nella loro chiarezza le parole del Maestro stamane: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli". Tutti noi abbiamo imparato quanto sia facile "dire Dio", pronunciare il suo nome quasi fosse una sorta di scudo spaziale a nostra difesa (salvo poi mandarlo a quel paese quando qualcosa non va secondo i nostri piani!). Usando un'espressione in voga nello strano mondo della politica, ci siamo abituati a "tirare per la giacchetta" il nostro Dio alla stregua di lobbisti, quasi fossimo al cospetto di un distributore di favori, teso a favorire chi grida meglio il suo nome e tesse davanti a tutti le sue lodi (come i poeti e i menestrelli di corte di un tempo). Il Maestro ci ricorda brutalmente che in questo modo rischiamo di costruire la casa della vita sulla sabbia delle illusioni, e la peggior illusione esce proprio da un'immagine distorta di Dio.
"Colui che fa la volontà del Padre mio...": qual è questa volontà? Cosa vuole questo Padre che fatichiamo a capire? Gesù ce lo ha detto: collaborare con Lui all'opera della creazione assomigliando a Lui nel nostro modo di amare. Non esiste un Dio da servire, ma un Padre cui assomigliare nell'amore, un amore che si prende cura del benessere di ciascuno: ecco il Regno, ecco la casa costruita sulla roccia nella quale ciascuno si sente figlio e vive da fratello, ciascuna si sente figlia e vive da sorella.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Aperti al dono dello Spirito
Lc 1,57-66.80
(…) Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. (…)
Oggi il vangelo ci narra il racconto della nascita di Giovanni il Battista.
Solamente dopo aver accolto il dono della misericordia di Dio (il significato di Giovanni è “Dio ha fatto grazia” o “Dio ha avuto misericordia”) Zaccaria riacquista l’uso della parola. Nella casa di Elisabetta svanisce un sacerdote e nasce un padre/profeta. Ogni volta che si apre uno spiraglio nel muro delle certezze granitiche edificato sulla Legge, lo Spirito ci si infila e crea uomini nuovi. Ogni volta che ci si apre al dono della misericordia siamo resi capaci di parlare in maniera nuova, non più preoccupati di salvaguardare a tutti i costi i modelli di una tradizione ormai incapace di aprirsi alla novità di Colui che viene. Zaccaria ha avuto il coraggio di arrendersi alla proposta di Dio, per questo ora può nuovamente parlare, anzi, può parlare in maniera nuova: abbandonata una tradizione sterile, incapace di dire e dare Dio all’umanità, lasciato ormai un tempio divenuto solamente simbolo di un potere che non ha alcuna traccia di divino in sé, Zaccaria può ora essere davvero considerato padre e aprirsi al dono della vita comunicandola con una parola vivificante. Ecco una buona provocazione per le nostre comunità, ancora refrattarie al dono dello Spirito, spesso chiuse nella salvaguardia di tradizioni ammuffite, sovente ridotte al rango di custodi museali: una buona scossa in attesa di Colui che viene.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Non solo fare il bene, ma essere bene
Mt 7,6.12-14
(…) “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti" (…).
C’è bisogno di commentare? Non credo proprio. Siamo parte del "popolo della senape": non abbiamo bisogno né di piazze né di innalzare campanili. Non stiamo a fare manifestazioni per poi ipocritamente contarci per dire che siamo forti, che noi siamo qualcuno. Non partecipiamo a cortei Pro Life selezionando quali “life” contano e quali invece possono cadere nel limbo dell’indifferenza (non sopporto più questo cristianesimo che seleziona a seconda della visibilità ottenuta dagli organizzatori!).
Il giardino del quotidiano di ogni uomo e ogni donna sono il campo in cui, con fiducia, spargiamo il seme della Sua Parola, certi che darà frutto a suo tempo; passiamo “facendo del bene a tutti”, indistintamente, senza chiedere patentini di appartenenza, dichiarazioni di identità o genere sessuale, perché così opera il Dio che ci ha rivelato Gesù. La cristianità va scomparendo, ed è un bene. Da questa morte rinascerà un cristianesimo più autentico. A noi il compito di gettare i semi. Altri vedranno i frutti.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Cuori amati e amanti
Mt 11,25-30
"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli".
Oggi la liturgia ci propone la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
I piccoli di cui parla il Maestro sono tutte e tutti coloro che fanno propria la strada delle beatitudini insieme a Lui. I sapienti eSale e Luce gli intelligenti rappresentano coloro invece che credono di conoscere, ma in effetti si fidano più di se stessi che di colui che chiamano Dio. Gesù fa riferimento ai dotti del suo tempo, coloro che "impongono pesanti fardelli sulle spalle della gente" ma loro non li toccano nemmeno con un dito, quelli che si sono "impossessati" di Dio e ad ogni pié sospinto indicano a destra e a manca quel che il "loro" dio vuole, ordina e desidera.
Gesù invita ad uscire da questa religione incapace di dire Dio e di mostrare il suo vero volto per entrare nella dimensione della fede, là dove è possibile sperimentare la presenza di un Amore che mi ama anche là dove io non riesco ad amarmi, che mi libera dalla paura con il suo amore gratuito, che mi scioglie dalle catene del merito per aprirmi la strada verso la libertà che nasce da questo amore accolto e condiviso.
Anche oggi la parola del Maestro offre una scelta: con chi stiamo? Scegliamo il canto seducente delle sirene dei dotti, o preferiamo l'insignificanza evangelica dei piccoli?
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
P.S. Questa rubrica, a causa di impegni di lavoro, riprenderà dopo il 22 giugno 2026. Grazie a tutte e a tutti. Abbraccio.
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Narratori di misericordia
Mt 10,7-13:
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Andate, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»”.
Nella memoria di san Barnaba la liturgia ci propone il testo dell’invio in missione dei Dodici. Gesù invita i suoi a “predicare” non tanto proponendo una dottrina, ma ponendo dei segni che indichino la prossimità del Regno di Dio (regno dei cieli è un’espressione di Matteo che, attento alla sensibilità dei suoi ascoltatori/lettori, utilizza per non pronunciare “il Nome”), cioè la prossimità di Dio stesso al suo popolo. E, se notiamo, gli inviati sono invitati a portare essenzialmente dei segni di vita, sono invitati a comunicare vita: guarire, risuscitare, sanare, liberare. Il tutto in nome di una gratuità che parla della gratuità divina, o meglio, del Padre.
La missione della Chiesa, incarnata in ogni singola comunità cristiana, non ha come priorità quella di proporre e difendere a tutti i costi e in primo luogo una “dottrina”, per quanto necessaria nel processo di costruzione dell’identità della comunità. La priorità, per Gesù, e quindi per la comunità dei suoi discepoli, è quella di portare vita lì dove questa non c’è o è calpestata e negata. L’invito è dunque a diventare dei portatori di vita e narratori della misericordia del Padre, sorgente della vita stessa. Narratori che non si accontentano di proporre delle formule di fede, ma narratori di misericordia attraverso dei gesti di prossimità che parlano e rendono visibile ed efficace la prossimità del Padre verso l’umanità ferita, in debito di vita, esclusa ed lasciata ai margini come lebbrosa, in preda ai demoni del potere, dell’avere e dell’apparire. Ecco, credo, ciò che ci invita a fare il Maestro oggi, anzi, più che fare, essere: non azzeccagarbugli del catechismo, ma narratori della misericordia divina.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Andare “oltre”
Mt 5,17-19
"Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli".
Gesù parla in questo modo subito dopo aver proclamato le Beatitudini e a queste bisogna far riferimento per intendere rettamente quanto vuol dire. In un certo senso è una dedica a tutti i nostalgici di "ordine e disciplina", a tutti coloro che identificano il Dio di Gesù nel Dio legislatore che dai suoi fedeli pretende obbedienza cieca e assoluta, pena la dannazione eterna. "Legge e Profeti" sono compresi e superati dalla proposta che Gesù fa nelle Beatitudini. I "precetti minimi" cui fa riferimento, infatti, son proprio le beatitudini e niente altro. Chi volesse intendere che Gesù faccia riferimento alle minuziose prescrizioni della Legge è completamente fuori strada. L'ostinazione di chi ancora oggi continua a credere in una visione conciliante tra la legge antica e quella proposta da Gesù è antievangelica. Per certi aspetti, anche il Decalogo viene ridimensionato: davanti alle Beatitudini le Dieci Parole impallidiscono. Perché allora continuiamo a proporre "esami di coscienza" fondati sul Decalogo? Noi continuiamo a far esplorare minuziosamente le coscienze, con precisione chirurgica, mentre le Beatitudini invitano ad assumere uno stile di vita ben diverso. Uno stile in cui da "fedeli" si è invitati a diventare "figli"; dove lo stile di vita non è più orientato all'obbedienza, ma all'assomiglianza all'amore che si fa servizio proprio dello stile di Gesù. Eppure Gesù ha pagato con la vita la sua proposta! Noi, no, preferiamo ancora la Legge del Decalogo e lasciamo ai "sognatori" la potenza delle Beatitudini! Mah...
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Sale e Luce
Mt 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Oggi il Maestro ricorda che una volta accolto il suo messaggio, accettato di vivere secondo il suo stile di vita, ciascuno e ogni comunità sono "Sale della terra e luce del mondo".
Notiamo il verbo: non viene detto "dovete diventare", "siete chiamati a essere".... no, è un dato di fatto: siete. Come dire che il fatto di essere sale e luce è costitutivo della vita cristiana, dello stile di vita cristiana. Il sale serve non solo a conservare, ma nella giusta dose, serve a esaltare il sapore. Il sale non si sostituisce al cibo, ma ne esalta il sapore: mi pare di capire che il Maestro indichi il compito in maniera precisa. Non si deve annullare l'umanità (=cibo), ma esaltarne il sapore, permettere alle potenzialità di esprimersi fino alla massima espressione, giungendo alla maturità che è la capacità di amare con e come Lui, facendo della propria vita un dono. Lo stesso vale per la luce: dove c'è luce non vi possono essere tenebre. E per questo non c'è bisogno di crociate, lotte, e via discorrendo (e di questi tempi proprio chi vorrebbe una "chiesa chiusa" (una sorta di casa di piacere per lo spirito, insomma un casino spirituale!) in se stessa, arroccata sulle sue posizioni, in difesa di valori non negoziabili, proprio costoro hanno reso il mondo un'arena dove non si fanno prigionieri...): la luce brilla da sé e per questo dove c'è luce la notte non ha motivo di esistere. Essere luce non vuol dire imporsi: semplicemente vivere immersi nel messaggio del Maestro, che invita sempre non a prendere vite, ma a donare vita.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Chiamati alla felicità
Mt 5,1-12
“In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli (…).”
Quest'oggi il testo del Vangelo ci presenta le Beatitudini nella versione di Matteo. L'unica cosa che vorrei sottolineare, considerato lo spazio e il significato di questo post, è che il messaggio di Gesù invita e spinge continuamente alla felicità. E non una felicità che conseguiremo nel futuro, in quel che chiamiamo “al di là”, ma una felicità possibile fin dal nostro oggi. I vari "profeti di sventura" che vedono nell'oggi solo disastri e perdita della fede, i vari "Soloni della fede" che ne sanno una più e meglio del papa, tutti coloro che in questi tempi vedono solo nefandezze e miseria spirituale, tutti coloro che versano lacrime amare perché i tempi son cambiati e non sanno vedere la sapienza di Dio all'opera nel mondo, ebbene questi difficilmente avranno parte alla Beatitudine di vita del Maestro. La beatitudine proposta e vissuta da Gesù non è il frutto di sacrifici, di percorsi ascetici di perfezionamento spirituale personale (percorsi che spesso portano al perfezionismo, uno dei più brutti mali da cui si può essere colpiti), ma essa è il frutto dell'accoglienza gioiosa del messaggio di Gesù che invita i suoi ad amare con Lui e come Lui, a vivere la vita come un dono da condividere per creare relazioni autenticamente umane. Questa è la sfida che ci è posta davanti oggi, questa è la nostra beatitudine che nessuno ci può togliere.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Aperti alla ricerca
Mc 12,35-37
In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.
Leggendo queste parole, ictu oculi, pare che Gesù voglia avviare una discussione tipicamente rabbinica. Ma forse con questa domanda, che a noi oggi potrebbe apparire come una questione di lana caprina, Gesù ha un altro intento. Partendo dalla Scrittura, che i suoi ascoltatori scrutavano incessantemente e conoscevano bene, egli invita ad andare oltre, a non aver paura a porre dubbi e domande, a lasciare spazio a una nuova curiosità circa la sua identità. Più che sottolineare che il Messia appartiene alla linea di discendenza davidica, Gesù si pone come Figlio e Signore capace di narrare Dio in maniera altra rispetto a quanto fino ad allora compreso e proposto.
Si tratta di un invito forte che arriva dritto a noi, frequentatori delle pagine della Scrittura: accogliere il mistero della vita e della persona di Gesù come un dono che eccede, spesso, la nostra capacità di comprensione razionale. Significa dunque coltivare quella apertura e quel discernimento che ci aiuta ad evitare di metterci Gesù “in tasca” con troppa facilità per restare aperti e in ricerca continua, vivendo in stato di “esodo” verso terre sempre nuove, verso orizzonti sempre più larghi delle nostre piccole vedute. Così anche a noi sarà dato in dono di “ascoltare volentieri” la parola di colui che in maniera divina ci narra Dio.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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