Santa Famiglia 2025
Provocazioni evangeliche in Mt 2,13-15.19-23
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S. Stefano Protomartire
Mt 10,17-22
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.
Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. (…)
Subito dopo la Solennità del Natale la liturgia ci immerge nella drammaticità della vicenda di Stefano, il primo dei martiri. Questo per ricordare a tutte e a tutti che il Natale non è questione di poesiole dette in piedi alla sedia, di sentimenti di buonismo, di partite a mercante in fiera o a tombola con tutti i parenti (anche con quelli che poi nell'ordinario consideriamo alla stregua di serpenti). La vicenda di Stefano ci ricorda che il mistero dell'Incarnazione è il mistero del dono totale che il Padre ci fa nel Figlio della sua stessa vita. È il mistero che ci apre la strada del Regno purché siamo disposti a giocarci non qualcosa ma tutto noi stessi. E in tutto questo, ci assicura Gesù, non siamo mai soli: lo Spirito del Padre ci sostiene e ci accompagna, così come ha fatto con Gesù stesso. Dimorare nella gioia del Natale è essere ben consapevoli che quella "mangiatoia" è il posto per eccellenza del discepolo che segue il suo Maestro, entrando nella storia dell'umanità come cibo, come pane capace di comunicare vita. Ecco quanto ci consegna Stefano oggi; ecco come la forza del dono di sé si fa perdono, unica via capace di creare una nuova umanità.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Natale 2025
Natale, ancora una volta, una volta di più.
Natale 2025: forse ci sarebbe bisogno di indossare paramenti liturgici differenti. Non il bianco delle feste e della gioia ma il rosso del sangue, di quel sangue che ancora scorre formando non rivoli ma veri e propri fiumi che irrigano deserti di morte.
Natale 2025: cosa siamo venuti a vedere? Cosa siamo venuti a cercare in quel posto che già fin da allora, agli occhi dei più, pareva abbandonato anche da Dio?
Cosa davvero siamo venuti a cercare?
L'effige di un bambinello, di un pargoletto infreddolito capace di suscitare quel minimo sindacale di tenerezza che ci fa sentire un po’, ma non troppo, più buoni?
Cosa siamo venuti a vedere?
In questo Natale 2025 ci viene ancora una volta offerto quanto da tempo è già stato donato: lo scandalo di un Dio che sceglie di abitare la nostra storia proprio quella dalla quale noi fuggiamo, proprio lì dove noi scegliamo di chiudere gli occhi e preferiamo intonare le nostre nenie mentre i nostri piccoli ci omaggiano di poesie e regalini.
Vogliamo davvero vedere “il prodigio”? Vogliamo veramente "accorrere alla grotta”? Se è così, allora andiamo a cercare quel bimbo in quel di Gaza, in Congo, in Sudan, ad Haiti e in tutti quegli altri posti maledetti, pieni di “famigerati pastori ladri e assassini”, negli anfratti bui e nascosti delle nostre belle cittadine, nelle vie malfamate, nelle stazioni pericolose.
In quel pargoletto, che oggi cantiamo e veneriamo, Dio decide di spogliarsi della sua magnificente onnipotenza per rivestirsi degli abiti dei “tagliati fuori”, dei “messi da parte”, degli “invisibili” profumandosi al contempo dell’olezzo che proviene da vite scartate e spesso estirpate al pari di “erbacce” che invadono i nostri curatissimi giardinetti.
Cosa siamo venuti a vedere? Cosa siamo venuti a cercare?
Forse una parola di consolazione, di tenerezza? Forse una parola dolce tra le tante, troppe, amare parole che ogni giorno ci feriscono?
Ebbene sì, ci viene donata una Parola, ma una Parola che si fa carne affinché accogliendola impariamo a rispettare il valore della parola e a fare della nostra carne una parola.
Non pronunciare dunque pace, se non sei un uomo o una donna che fa e porta pace.
Non pronunciare rispetto, se non sei un uomo o una donna che reca incisa nella sua carne la parola dignità.
Non pronunciare giustizia, se non sei un uomo o una donna che porta su di sé i segni della lotta affinché diritto e giustizia siano di casa sulla terra.
Non pronunciare terra, se non sei un uomo o una donna che si prende cura della casa comune.
Non pronunciare casa, se non sei un uomo o una donna capace ogni giorno di aprire e apparecchiare spazi amanti e vitali per chi incrocia il tuo cammino.
Non pronunciare Dio, se non sei un uomo o una donna capace di aprirti e accogliere l'altro e il Totalmente Altro, senza pretesa alcuna di possedere entrambi.
Parla invece, pronunciati, fai sentire alta la tua voce quando sei certo che questa risuoni all'unisono con quella di Colui che ha scelto di abitare la nostra storia per trasformarci, come Lui, in pura e luminosa parola di vita.
Parla, quando la tua carne diventa voce di chi non ha voce.
Parla, quando la tua carne si fa parola che spezza il silenzio della connivenza col male.
Parla e traduci per noi oggi quel Verbo che si è fatto carne e fai risuonare con Lui e come Lui l’annuncio gioioso che ancora possiamo diventare umani, talmente umani da essere divini.
Auguri di buon Natale a tutte e a tutti.
Come e più di sempre, buona vita.
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Aperti al dono dello Spirito
Lc 1,57-66
(…) Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. (…)
Oggi il vangelo ci narra il racconto della nascita di Giovanni il Battista.
Solamente dopo aver accolto il dono della misericordia di Dio (il significato di Giovanni è “Dio ha fatto grazia” o “Dio ha avuto misericordia”) Zaccaria riacquista l’uso della parola. Nella casa di Elisabetta svanisce un sacerdote e nasce un padre/profeta. Ogni volta che si apre uno spiraglio nel muro delle certezze granitiche edificato sulla Legge, lo Spirito ci si infila e crea uomini nuovi. Ogni volta che ci si apre al dono della misericordia siamo resi capaci di parlare in maniera nuova, non più preoccupati di salvaguardare a tutti i costi i modelli di una tradizione ormai incapace di aprirsi alla novità di Colui che viene. Zaccaria ha avuto il coraggio di arrendersi alla proposta di Dio, per questo ora può nuovamente parlare, anzi, può parlare in maniera nuova: abbandonata una tradizione sterile, incapace di dire e dare Dio all’umanità, lasciato ormai un tempio divenuto solamente simbolo di un potere che non ha alcuna traccia di divino in sé, Zaccaria può ora essere davvero considerato padre e aprirsi al dono della vita comunicandola con una parola vivificante. Ecco una buona provocazione per le nostre comunità, ancora refrattarie al dono dello Spirito, spesso chiuse nella salvaguardia di tradizioni ammuffite, sovente ridotte al rango di custodi museali: una buona scossa, in attesa di Colui che viene.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Un Dio che apre possibilità
Lc 1,46-55
“Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente”.
Ogni volta che accogliamo l'amore del Padre nella nostra esistenza, succedono grandi cose. In un certo senso Maria anticipa quello che il Maestro dirà ai suoi: farete cose anche più grandi di quelle che ho fatto io. Tutto sta a comprendere bene che l'Onnipotenza divina non può operare senza la nostra collaborazione. Non c'è nulla da fare: è Dio stesso che ha scelto la via dell'umanità per mostrarci il suo volto, per dirci come "funziona", per comunicarci un amore capace di rendere la nostra vita talmente umana da diventare divina. A dispetto di quanti oggi continuano a "delegare" al "Dio-padrone" la risoluzione dei tanti mali che affliggono l'umanità (castighi tremendi sono minacciati a chi non si converte, o meglio, a chi non si piega al diktat di tale Dio), il Padre sceglie di farsi compagno di viaggio di ogni uomo e ogni donna e chiede di essere accolto, per costruire una umanità nuova. Maria ci dice quanto tutto questo è stato possibile per lei che, a sua volta, lo ha reso possibile a noi dando carne alla Parola di vita. Una Parola che ci racconta come Dio non si sostituisce a noi. La sua azione si esplicita non nel creare la realtà, ma nel permettere alla realtà di farsi: è un Dio che apre possibilità infinite in cui ognuno realizza il percorso verso la pienezza della creazione. Allora questo è un invito per ogni donna e ogni uomo a cantare il proprio magnificat personale perché quando si accoglie l'amore del Padre, non solo si "fanno grandi cose", ma si diventa grandi persone.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Provocazioni evangeliche in Mt 1,18-24
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Ri-dire il Vangelo
Lc 1,5-25
(…) Zaccarìa disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo».
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccarìa, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. (…)
Oggi il Vangelo ci racconta “l’annunciazione” a Zaccaria, padre del Battista. A Gabriele tocca un compito facile, a prima vista. Far visita a un sacerdote, (sposato addirittura con una discendente di Aronne), in servizio attivo al tempio: meglio di così non poteva capitare. Già, ma le cose non vanno come dovrebbero. Proprio colui che dovrebbe essere più aperto alla voce del Signore si rivela chiuso e sordo alla Parola che chiama. La “punizione” di Gabriele è esemplare: un sacerdote che non ascolta e quindi non accoglie la parola di Dio è meglio che resti muto!
È una buona lezione per noi e le nostre comunità: se non sappiamo ridire il Vangelo all’uomo di oggi è meglio che ce stiamo muti, soprattutto quando al Vangelo facciamo dire ciò che fa comodo a noi. Inoltre quanto accaduto a Zaccaria ci mette in guardia: lì dove tutto è istituzione è difficile lasciare spazio allo Spirito. È la conversione che occorre attuare: passare dall’organizzazione alla relazione. Come Zaccaria siamo ancora duri di cuore, ancorati al “Tempio” e alle sue tradizioni. Forse è meglio uscire da Gerusalemme e andare respirare l’aria meno asfittica e ammuffita sulle strade del Maestro.
A tutte e tutti un abbraccio. Buona vita.
La guerra è la malattia non la soluzione.
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Dio-con-noi, Dio-per-noi
Mt 1,18-24
(…) Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele»,
che significa «Dio con noi». (…)
Matteo ci presenta così, in maniera lapidaria, il tema del suo vangelo, il Dio-con-noi. Alla fine infatti, Gesù dichiarerà ai suoi discepoli: “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”, cioè per sempre. A differenza di Mosè (figura sulla quale Matteo ha modellato la presentazione di Gesù nel suo vangelo) che a un certo punto “lascia” il suo popolo sulla soglia della Terra Promessa, Gesù ci assicura che non resteremo mai soli, Lui sarà sempre con noi. Lungi dal presentarci il volto di un Dio che si offende, si adira e si ritira dal suo popolo, Gesù ci propone il volto di un Padre che ci assicura la sua continua presenza, il suo essere-con-noi costantemente. La prossimità del Padre, il suo esserci con noi e per noi diventa quindi fonte di fiducia e di forza nel cammino. Il Dio-con-noi rivela il suo essere per noi, il suo prendersi cura di ognuno in particolare per portare tutti alla pienezza della vita. Dio non è geloso delle sue prerogative: l’Incarnazione ci rivela che il progetto del Padre, in Gesù, è quello di offrire a ciascuno dei suoi figli la possibilità di assumere quella condizione divina che permetta a quella “somiglianza e immagine” di risplendere in maniera viva e vitale nella storia. Il Dio-con-noi è un Dio che chiede di essere accolto, non servito; di essere amato, non temuto. È questo il volto di Dio che, nella ricorrenza del Natale, ci chiede di fare strada con noi, sempre.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Righe “storte”
Mt 1,1-17
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, (…).
Questo testo suscita reazioni un po’ diverse: in chi ascolta si percepisce il disorientamento davanti a questa teoria di nomi che, fatta salva qualche eccezione, ai più non dice nulla o quasi. Al povero prete che deve magari farci il pensierino del giorno a Messa sale un po’ di ansia: “che dico?”. Quando Matteo propone la genealogia di Gesù ai suoi ascoltatori (secondo il tipico modo di “raccontare” la storia in Israele) sa di trovarsi di fronte a gente che le storie narrate dalle scritture le conosce e proprio per questo comincia a preparare il terreno per quello che sarà lo “scandalo Gesù”. Dunque, Matteo deve introdurre questo personaggio Gesù presso i suoi ascoltatori e quindi lo inserisce nel contesto della storia della salvezza, facendo loro rizzare i capelli. In questo percorso storico Matteo inserisce quattro donne (stranamente, perché era solo l’uomo a generare, mai la donna) e quattro donne di costumi giudicati con noncuranza “facili”. Tamar, che fece un figlio con il padre del marito defunto; Racab, che esercitava la professione più antica del mondo in maniera regolare; poi Betsabea, la donna di cui si era invaghito Davide, che Matteo, con poco tatto, nomina come “quella di Uria”,; infine la “delicata” Rut che così, senza aver fatto nulla, al mattino si sveglia nel letto di Booz che si chiede “Chi è mai questa?”, e Rut era incinta. Alla fine arriva anche Maria, che ha la “fortuna” di chiamarsi con l’unico nome mai amato nella Bibbia: Miryam (o Maryam in aramaico), come la sorella di Mosé, colpita dalla lebbra per aver “tramato” contro il fratello (ma gli autori sono maschi e la storia è letta esclusivamente con occhi maschili…). Ecco come Matteo inserisce Gesù nella storia: una storia non di santità, ma di piena e fragile umanità, nella quale entra non per castigare ma per portare vita e salvare. Già nella genealogia Matteo ci mostra che Colui che viene è per i “malati e non per i sani” e che questo atteggiamento mostra il volto di un Dio che accetta di sporcarsi le mani dentro la nostra storia, uno che non si schiera dalla parte dei potenti o dalla parte di quelli che preferiscono le statuine dei presepi alle persone in carne e ossa...Credo sia un invito a non giudicare troppo frettolosamente le nostre “storie”, le “storie” in cui siamo o quelle che ci sfiorano. In fondo, Matteo ci sta dicendo che la misericordia di Dio sa scrivere diritto anche su quelle che noi consideriamo righe storte: anzi, predilige proprio le righe storte.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Signore e Signori, mantenete la fila, prego…
Mt 21,28-32
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Il Maestro oggi fa cadere, nel tranquillo stagno del nostro perbenismo farisaico, una parola dura, spietata oserei dire, che dovrebbe levarci il sonno per un bel po’! Coloro che erano considerati esclusi da qualsiasi salvezza, perché di fatto impossibilitati a osservare la Legge, proprio costoro “saltano” la nostra composta fila nell’accesso al Regno. Noi lì, tutti buoni in fila, col nostro certificato in mano ad attestare la quantità di messe, di preghiere, di “buone opere”, di impegno in parrocchia, in attesa del nostro turno e loro… ci passano avanti, senza carte in mano per di più! Noi lì, profumati d’incenso, mentre loro luridi e puzzolenti per la sporcizia che noi abbiamo gettato loro addosso (da qualche parte la si deve pure buttare, no?), e ci passano avanti. Noi lì, a ripassare gli articoli del Credo prima dell’esame finale, loro spavaldi, senza nemmeno conoscere il nome di Dio, e ci passano avanti. Noi lì, con la tessera sindacale di operai della prima ora, fieri di aver costruito “tutto questo”, loro senza nemmeno uno straccio di “contratto”, anzi, raccomandati dal Figlio del “Padrone”, e ci passano avanti.
Già, dobbiamo ancora capirla: non saremo giudicati per ciò in cui abbiamo creduto, ma per come abbiamo vissuto. Abbiamo vissuto cercando di assomigliare al Padre: bene, non c’è bisogno di fare la fila… Abbiamo vissuto sul piedistallo del pregiudizio, dell’esclusione, senza mai preoccuparci del bene dell’altro? Beh… da questo punto, signori, la vostra fila di attesa si muove moooooolto lentamente… sapete il Capo è magnanimo, vi lascia ancora il tempo per cambiare… e imparare da quelli che vedete laggiù a fare festa per ogni fratello e sorella ritrovati.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Vite autorevoli
Mt 21,23-27
In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?».
Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». (…)
“Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?”: questa è la domanda che le autorità religiose pongono a Gesù. Ogni volta che l’istituzione religiosa è messa in crisi dalla denuncia profetica parte l’inchiesta. La preoccupazione principale non è quella di cogliere l’appello al discernimento alla verifica e quindi alla conversione; la preoccupazione è quella di stabilire subito il limite: chi ti da il permesso di fare questo? La salvaguardia del potere è il primo fine di ogni istituzione e tutto quello che rischia di far sorgere dubbi sulla legittimità di tale potere è subito oggetto di studio minuzioso. I tempi non sono molto cambiati, anzi, mi pare che stiamo assistendo a un ritorno in forze di espressioni di autorità che non sono però sostenute da altrettanta autorevolezza. Gesù fonda la sua autorità nell’intimità con il Padre e con il suo progetto: il Regno e quindi la proposta di umanizzazione che permea il suo vangelo. In tale prospettiva, il potere dell’autorità costituita si sente minacciato e, in risposta, comincia a seminare il dubbio. L’autorità di Gesù viene dalla sua stessa vita: fa quello che dice e dice quello che fa, nel Padre. A noi la scelta: una vita di autorità imposta, o l’autorevolezza di una vita vissuta nel dono totale di sé.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Attese e domande...
III Domenica Avvento A
Provocazioni evangeliche in Mt 11,2-11
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Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
La ballata dei “rosiconi”
Mt 11,16-19
In quel tempo, Gesù disse alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!".
venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
Il Battista digiuna: è indemoniato! Il Figlio dell'Uomo mangia e beve: è uno sregolato che non si sa controllare!
Quando non si vuol cambiare nella vita, quando non si vuol abbandonare il "comodo" (si fa per dire) rifugio della religione, tutte le scuse diventano buone. Quando la proposta del Maestro arriva dritta al cuore, quando Egli smaschera le nostre connivenze silenziose con le forze di morte che vogliono sfruttare e umiliare la nostra umanità, anche quando queste forze provengono dalla stessa istituzione religiosa, qualunque essa sia, anche noi ci associamo al coro: "Sei uno sregolato, non capisci come va il mondo, vai a predicare ai pescatori in Galilea che è meglio, torna nel tuo villaggetto di cafoni!".
La religione dissociata dalla fede diventa una sorgente feconda di disumanità: imprigiona l'uomo impedendogli di crescere, di sviluppare tutta la sua potenzialità, riducendolo a un omuncolo dedito all'obbedienza cieca in nome di Dio. Non è questo che è venuto a portare il Figlio dell'Uomo, e noi lo sappiamo.
Non ci resta, una volta ancora, che deciderci.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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Dall’osservanza alla somiglianza
Mt 11,11-15
In quel tempo, Gesù disse alle folle: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». (…)
Il detto di Gesù riportato da Matteo riflette le tensioni presenti agli inizi tra i discepoli di Giovanni e le comunità di quelli che seguivano Gesù. Per quanto "grande" Giovanni Battista appartiene ancora al mondo di una certa religione, dove l'osservanza della legge e del comandamento garantisce l'attenzione di Dio nei nostri confronti, così come l'inosservanza ci rende certi della sua ira, pronta a scatenarsi sulle nostre teste di peccatori incalliti. La proposta di Gesù va esattamente nell'altra direzione: dalla religione alla fede, ossia non più un dio da temere e a cui obbedire, ma un Dio da cui lasciarsi amare e con cui amare e far crescere la vita nelle relazioni umane che coltiviamo. Anzi, più umanizziamo le relazioni, vivendo la proposta di Gesù espressa nelle Beatitudini, più rendiamo divina la nostra esistenza. In altre parole: amando con Lui e come Lui assomigliamo al Dio che vuole la nostra felicità e piena realizzazione nella vita. Giovanni è stato un grande, questo è fuor di dubbio, ma la "piccolezza" di chi vive le Beatitudini supera di gran lunga tale grandezza. In quale gruppo vogliamo stare: tra quelli che propongono una “pastorale della paura” o nella novità della buona notizia del Maestro?.
Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.
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