Liturgia Quotidiana

mercoledì 4 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Perdenti divini

Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».


È una "folla numerosa" quella che segue il Maestro, tante persone, un assembramento. Lui non ha bisogno di emanare un DCPM per sfoltire: si limita a dare alcune indicazioni: chi vuole venire dietro a me, ecco, queste sono le condizioni. Quali? Ti è donato di entrare non in una famiglia, con le sue regole, i suoi limiti, le sue relazione ben determinate, ma in una comunità dove la regola è la fraternità. Una fraternità che si prende cura del più fragile, del più debole, di quello che conta meno degli altri. Una fraternità dove la tua vita non ti appartiene se non come dono che puoi fare all'altro: non ti possiedi più ma scegli di farti possedere in una logica di servizio, di dono e di perdono. Una fraternità dove la "croce" diventa l'espressione più alta del dono totale di sé, in pura perdita, e del perdono gratuito che non si aspetta nulla, che non chiede nulla, che è affidato all'altro senza garanzia alcuna. Perché tutto questo? Perché Dio fa così. Vuoi essere simile a Lui? Questa è la via. E la vita del Maestro ne è testimonianza: la sua carne ci parla di Dio, di chi è, di come funziona e di cosa ci propone. Il discepolo è colei/colui che accetta di giocare in perdita con e come Dio.

Sorella, fratello: hai ben compreso? Accettare di essere discepoli esige discernimento! Non sei in un negozio di scarpe in cui devi scegliere tra vari modelli. Qui il modello è Uno, e Uno solo: Gesù di Nazareth, con le sue scelte di vita, con il suo stile di vita. Siediti e fai bene i conti! Non puoi dire "sì" al Regno e poi tornare a occuparti degli affari tuoi; non puoi correre dietro a Lui e poi tenerti da parte qualcosa perché "non si sa mai". Lui sul piatto, meglio, sulla croce, ha messo tutta la sua esistenza: ciò in cui ha creduto, ciò per cui ha lottato, ciò per cui ha pagato fino in fondo.
Il Vangelo non è fatto per essere sbandierato, ma per essere vissuto sulla propria pelle. Se non te la senti, non annacquarlo con l'acqua della tua mediocrità. Se non accetti di farti povero della Sua ricchezza "non puoi essere suo discepolo".

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 3 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Assembramenti evangelici

Lc 14,15-24

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».


Questa parabola ruota attorno a quello che gli studiosi definiscono "schema di sostituzione". In parole semplici: è un racconto flash della storia della salvezza. Gli invitati del primo gruppo rappresentato quell'Israele che, in un modo o in un altro si è chiuso davanti ai molteplici inviti di Dio a condividere con Lui il "piatto della vita". Questo popolo resistente e recalcitrante viene ora "sostituito" da altri che accettano la proposta. Questi altri però hanno una particolarità: sono costituiti da tutti coloro che, secondo i canoni del tempo, dovevano essere esclusi da qualsiasi relazione con Dio a causa del loro stato. "Poveri, storpi, ciechi, zoppi e anche quelli che già vivevano fuori, ai margini", segni viventi della maledizione divina che cade come mannaia sui peccatori (se sei malato è perché Dio ti ha punito). Ecco lo sconvolgente annuncio del Vangelo del Maestro: coloro che ai nostri occhi sono i più lontani e i "meno meritevoli" sono "costretti" a entrare al banchetto del Regno. Comprendiamo qui come il Vangelo non è un semplice scritto: è la vita stessa, lo stile di vita del Maestro che si fa parabola. Non è forse uscendo fuori "per le strade e lungo le siepi", e non in sinagoga (o chiesa,) che il Maestro si è manifestato come la carne del Dio che si fa prossimo a chi è escluso?

Sorella, fratello: quanto narrato dalla parabola potrebbe succedere (o sta già succedendo) a noi. Noi che ci riteniamo con troppa sicurezza "i signori del Vangelo", noi che abbiamo sempre la scusante a portata di mano per noi ma siamo giudici inflessibili per gli altri; noi che riteniamo talmente sicuro il nostro diritto di entrare al banchetto da poter accampare scuse quando dobbiamo seguire i nostri "piccoli affari sporchi" (o grandi, grandi come compravendite di palazzi, grandi e sporchi come gli affari siglati con quella finanza che affama, uccide e rende schiavi). 

A noi, che da invitati al banchetto ci siamo fatti proprietari del "ristorante", a noi potrebbe succedere di venire estromessi perché abbiamo trasformato un invito gratuito in un accesso per merito, escludendo chi, a nostro giudizio, non rientrava nelle categorie. 

La pandemia che stiamo vivendo ci sta interrogando anche su questo ed è urgente prenderne coscienza. Quando assisto a discussioni infuocate, e quanto mai vane, sulla possibile chiusura delle celebrazioni per arginare la pandemia e sento lo "stracciarsi delle vesti" da parte di sedicenti cattolici, non posso non pensare alla veste strappata dal Sommo Sacerdote durante il processo a Gesù: era il simbolo dello strappo definitivo da quel Dio che le aveva tentate tutte e che ora doveva passare dalla Croce per riempire la sua sala con un popolo nuovo. 

Ecco, il nostro è un "kairòs", un tempo favorevole. Non sprechiamolo correndo dietro a chi ha trasformato il messaggio del Vangelo in un "favola profana, roba da vecchierelle" (1Tm 4,7; con tutto il rispetto per le nonne).

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 2 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Ri-andare al cuore


Mt 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».


Il 2 novembre è tradizionalmente dedicato al ricordo dei defunti.
Per gli antichi romani il "fare memoria" rimandava al cuore, ritenuto da essi il luogo proprio della memoria stessa. Ricordare è dunque riandare al cuore: al cuore di quelle vite che hanno incrociato la nostra vita e in un qualche modo, voluto o meno, hanno contribuito a renderla quella che è oggi.

La pandemia che stiamo affrontando (per quanto i soliti idioti si affannino a negarla) ci ha reso, per certi aspetti, l'esperienza della morte ancora più difficile da accettare e da vivere. Vi sono stati momenti in cui non è stato possibile, almeno per me, "riandare al cuore" a causa della violenza di certe morti che mi hanno lacerato il cuore stesso. Il posto dedicato al ricordo si è come trasformato in un campo minato in cui era difficile pensare di entrare per la paura che il dolore esplodesse incontrollato con tutta la sua carica distruttiva e lacerante.

I Padri ci insegnano che "caro saluti cardo", la carne è il cardine della salvezza, il perno attorno al quale ruota e si costruisce il nostro rapporto con la mano tesa di quel Dio sempre alla ricerca dei suoi. E così anche questa parte sofferente della mia carne diventa il luogo dove la pazienza magnanime di Dio e l'amore delle sorelle e dei fratelli che vivono fin da ora nel Mistero riescono a richiudere le lacerazioni del mio cuore, a farle sanguinare un po' meno. Mi consola proprio questo: non sto pregando per i defunti, ma con loro, con loro che continuano a lottare, a sperare, a vivere con me questa folle avventura che mi porta a fidarmi di Uno che è riuscito a trasformare la violenza di una morte ingiusta, proprio una morte di quelle incomprensibili e che spaccano il cuore, in un dono capace di risvegliare la potente forza della vita, a farne sprigionare tutta la sua vitalità.

Questa vita stessa del Maestro, se accolta e condivisa, conduce a fare anche della propria esistenza un dono, alla luce di quella stupenda pagina evangelica che ci viene offerta oggi. Con le sorelle e i fratelli che vivono nel Mistero continuiamo a osare e a credere che il Regno cresce e estende ogni volta che i nostri occhi guardano nella stessa direzione del Padre, con la sua stessa tenerezza e cura verso tutte e tutti coloro che cercano in noi sorelle e fratelli capaci di farsi servi dell'umanità che ancora non riesce a vivere con dignità in questa casa comune.

Non abbiamo bisogno di "lucrare indulgenze" per i defunti (bruttissimo verbo specie di questi tempi; ancor più brutto per chi, come me, non ha bisogno di questo per vivere la sua fede) se poi non siamo indulgenti e benedicenti verso le sorelle e fratelli più poveri. Piuttosto, insieme a coloro che vivono nel Mistero camminiamo per rendere sempre più credibile il messaggio di vita che il Maestro ci ha consegnato.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita, soprattutto oggi.

sabato 31 ottobre 2020

I Domenica di Avvento 2020


 Mc13,33-37

“A tutti dico: Vegliate!”.

È l’ultima parola, un verbo all’imperativo, dunque un comando, che il Maestro lascia ai suoi prima di percorrere il suo “miglio verde”, l’ultimo tratto di strada che lo porterà a supplizio della croce.

Più di un secolo fa qualcuno definì la religione “oppio dei popoli”. Per certi aspetti non gli si può dare torto. Gesù stesso fece la stessa cosa denunciando le pratiche religiose atte ad addormentare le coscienze e ad asservire il popolo più che a liberare la relazione con l’Altro e con l’altro da ogni pretesa di dominio e sottomissione.

Le ultime parole del Maestro invitano a una vigilanza che non si limiti a scrutare i cieli in attesa di chissà quale segno straordinario e mirabolante (Dio non ha segreti da rivelare a qualcuno, neanche a Sua Madre, per quanto Radio Maria continui a strillare) ma che sia una vigilanza operosa e fedele al suo messaggio. Un messaggio che non è fatto di parole scritte sulla sabbia che si perdono nella notte dei tempi bensì un messaggio inciso nella carne stessa del Maestro, un messaggio che si fonda e affonda le sue radici e la sua credibilità nello stile di vita di Gesù di Nazareth stesso.

Aprire il percorso di Avvento con questa parola equivale a ricevere un forte scossone, una scossa alle nostre sonnolente abitudini religiose che identificano l’espletamento di una pratica religiosa con “l’aver fede”. Ebbene, con quel “Vegliate” Gesù chiede i suoi di fare attenzione, di apprendere l’arte del discernimento per non cadere nella trappola del “tanto, prima o poi, Lui torna e sistema ogni cosa”. “Vegliare” è assumere in toto il ruolo della sentinella di profetica memoria: nella notte del mondo, mentre gli altri dormono, i discepoli del Maestro vegliano e restano sobri. Stiamo svegli, cioè attenti, e coltiviamo e proponiamo la sobrietà, la proposta di uno stile di vita in cui rifiutiamo, ed invitiamo a rifiutare, la schiavitù dell’avere, del potere, dell’apparire.

L’unico potere che il “padrone di casa” ha lasciato ai suoi è quello del servizio, non quello del dominio.

E a ciascuno ha chiesto di “servire” secondo le proprie capacità, valorizzando “il compito” di ciascuno.

Il “signore di casa chiede ai suoi di non sprecare il tempo spiando dalle finestre il possibile ritorno del “padrone”, ma di operare giorno dopo giorno secondo le modalità di Colui che “è venuto per servire e non per essere servito”. Farsi trovare “addormentati” significa cedere all’ubriacatura del potere che ottunde le menti, rinsecchisce i cuori e svilisce l’autentico cammino di fede trasformandolo in una sterile esecuzione di pratiche religiose finalizzate più ad accontentare se stessi che non a ridare ossigeno all’annuncio del Vangelo adattato e tradotto per i tempi nostri.

Il “vegliare” evangelico non è un verbo dettato per generare paura. Il generare paura è proprio solamente di coloro che temono la perdita del loro potere, soprattutto quando tale potere è volto al controllo della persona, delle sue scelte, del suo stile di vita. Il Maestro, con il suo monito a “vegliare”, chiede che la comunità di coloro che si fidano e si affidano alla sua parola diventi uno spazio in cui ciascuno, a modo suo, si faccia sentinella affinché niente e nessuno annacqui il vino forte del Vangelo con l’acqua di una religiosità soddisfacente che non turbi l’ordine costituito.

La sola condizione che egli pone è la credibilità di una vita di vigilanza operosa, ossia di una vita da svegli che passi attraverso il dono totale di sé nel perdono gratuito.

La terribile esperienza della pandemia che stiamo attraversando è un “kairòs”, un tempo favorevole e opportuno per ritrovate quella via di sobrietà che non addormenta i cuori e tiene sveglie le coscienze.

Ci disponiamo ad accogliere Colui che visita il suo popolo e si fa uno con esso: il tempo dell’Avvento è un tempo di attesa, un tempo di desiderio, un tempo in cui ci disponiamo a… È il tempo di purificare il nostro desiderio, il tempo in cui trasformare la voglia (la brama) in desiderio che è capace di attendere senza voler possedere, che è capace di accogliere senza voler comprendere a tutti i costi. 

È la via di Colui che viene e ci chiede di restare aperti alla sconvolgente novità che ha da proporre.


(Adista Notizie n° 38 del 31-10-2020)

venerdì 30 ottobre 2020

Buongiorno mondo!

 Buongiorno mondo!

Parola e parolai

Lc 14,1-6

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia.

Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: "E' lecito o no guarire di sabato?" Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.

Poi disse loro: "Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?". E non potevano rispondere nulla a queste parole.


Ormai il Maestro ci ha abituato: pranzare con Lui spesso comporta il rischio di vedersi andare il pranzo di traverso, soprattutto se si fa parte di certe cerchie religiose.

Anche oggi accade e anche oggi il motivo è il bene di una persona di fronte alle esigenze del precetto: si passa sopra il precetto o sopra la persona? Molti fra noi, anche in questi giorni, hanno fornito la risposta: il precetto, la dottrina, anzitutto.

Quando Gesù smaschera l'ipocrisia che abita questa risposta, la reazione è sorprendentemente chiara: gli astanti restano muti, senza parola. 

Come i defunti, cui la morte ha tolto l'uso della parola, cioè della relazione che passa anche e soprattutto per il tramite della parola, così i convitati restano muti. Muti perché, in fondo, sono morti dentro: l'osservanza formale del precetto fa di loro delle mummie spirituali incapaci di costruire e mantenere relazioni vitali con l'Altro e l'altro. E di questi esemplari mummificati nella chiesa attuale ve ne sono molti. Molti che vorrebbero rinchiudere le vite altrui dentro gabbie spirituali per poterle meglio controllare e da esse farsi servire. Sono morti talmente gonfi di se stessi da aver bisogno di riempire tutto e tutti per potersi sentire vivi: praticamente degli zombi religiosi.


Sorella, fratello: "È lecito o no guarire di sabato?". 

Rispondendo a questa domanda scoprirai quale è il tuo posto a quella tavola. 

Rispondendo alla domanda scoprirai se possiedi ancora l'uso della parola, se sei una donna o un uomo di parola e della Parola, o sei un "morto che cammina ma non parla", la cui vita non dice nulla, la cui vita non è ancora parola di guarigione e liberazione per chi ogni giorno ti incontra. Coraggio, rispondi…

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.


giovedì 29 ottobre 2020

Buongiorno mondo!

 Buongiorno mondo!

Volpi e chiocce

Lc 13,31-35

In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».

Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.

Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».


Quel "reuccio" (Erode era Tetrarca, una sorta di contentino da parte di Roma purché pagasse e facesse pagare le tasse dovute all'Imperatore) si era pur interessato a Gesù, era curioso di conoscerlo; ora vuol passare all'azione e togliere di mezzo quel tale, che la gente considera un profeta e che comincia ad avere un po' troppo successo. 

La risposta del Maestro è durissima: dare della "volpe" a qualcuno non era propriamente un complimento. Nella cultura di Gesù la volpe era considerata un animale sommamente impuro e per di più, al contrario del nostro modo di pensare, anche stupido. Nel Talmud un proverbio recita così: "Meglio essere la coda di un leone che la testa di una volpe". La coda, posta dove tutti sappiamo, era la parte più impura dell'intero animale, per cui... siete in grado di trarre le conclusioni da soli. Ma la risposta di Gesù si fa ancor più dura perché sbatte in faccia a Erode la sua incapacità di leggere la storia: non solo non capisce di essere "l'utile idiota" nelle mani dei Romani, ma nemmeno riesce a comprendere la figura di Gesù e la sua opera. Per questo il Maestro lo annovera tra tutti coloro che si sono fatti padroni "del pollaio" "uccidendo e lapidando" gli inviati del Padre.


Sorella, fratello: anche Erode, a modo suo, si crede e si propone come maestro. A differenza di Gesù, venuto per servire, Erode si serve di chiunque senza farsi scrupolo alcuno. A differenza di Gesù,  Erode si pensa come padrone di ogni vita che incrocia la sua strada, mettendosi così allo stesso livello di coloro che, posti a servizio del popolo, si sono serviti del popolo per i loro propri interessi, silenziando tutti coloro che, in nome di Dio, denunciavano questa "appropriazione indebita". Gesù non teme "coloro che possono uccidere il corpo" e prosegue decisamente il suo cammino per entrare da " autentico re" in Gerusalemme. Un re il cui trono sarà una croce, simbolo dell'abbraccio misericordioso che svela la tenerezza di un Dio che si prodiga, come una chioccia, per la vita dei suoi "pulcini".

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.


mercoledì 28 ottobre 2020

Buongiorno mondo!

 Buongiorno mondo!

Il potere di condividere

Lc 6,12-19

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.

Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante.

C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.


Il Maestro, come noi, ogni tanto ha bisogno di fermarsi. Ha bisogno di guardarsi dentro e poi di fissare i suoi occhi in quelli del Padre; ha bisogno di ascoltare il battito del suo cuore e poi verificare che sia in sintonia con quello del Padre. 

Gesù, contrariamente a quanti di noi lo pensano, non si trova davanti una strada spianata, un'autostrada da percorrere conoscendo esattamente il "casello di uscita", o di "esodo" per restare al linguaggio di Luca. Anche Lui deve sudare per discernere, per comprendere, per restare in sintonia con Colui di cui è Figlio: il Figlio amato in cui il Padre si compiace.

Ecco perché deve "staccare", deve pensare e pregare prima di prendere decisioni importanti: la sua è una vita totalmente condivisa, pertanto anche le scelte fondamentali sono condivise con Colui che l'ha inviato.

Alla fine anche il Maestro fa la sua scelta: imprecisa, come le nostre, imperfetta, come le nostre, intrisa di umanità perché Lui ha scelto di essere in tutto come noi, in tutto fuorché "nel peccato", cioè rifiutando di trasformarsi in un idolo impastato di potere, avere e apparire. Ecco perché in questa divina imperfezione trova posto anche Giuda: lo "sbaglio" del Maestro è comunque un'opportunità di cambiamento anche per colui che "poi lo tradirà", cioè lo venderà ai "signori dell'idolo".


Sorella, fratello: in questa lista di nomi c'è posto anche per il tuo. La storia del Maestro incrocia la tua, vi entra dentro, passa attraverso il tuo nome, ossia ciò che sei, la tua essenza, la tua persona, la tua stessa storia. Chiamata/o per nome ti propone di apprendere a fissare il tuo sguardo in quello del Padre per imparare a diventare servo dell'umanità, per imparare, da guaritore ferito, a condividere quella "forza capace di guarire tutti". 

Non ti chiama a condividere un potere ma ti dona il potere di condividere, di condividere l'unica forza di guarire i cuori: l'amore che si fa perdono e servizio, unico farmaco capace di curare e guarire i cuori malati della nostra umanità.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.