lunedì 9 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Il mercato del sacro

Gv 2,13-22

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.


Mai come di questi tempi risuona attuale la parola evangelica della liturgia odierna! Gesù si scaglia con una certa violenza nei confronti di chi ha fatto della "casa del Padre un mercato". E il mercato della peggior specie, nell'ambito della fede, è quello che spaccia per autentica e devota una relazione commerciale con Dio, quella squallida relazione fondata sulla regola del "do ut des". È questa, a mio avviso, la radice che genera il fango della corruzione anche dentro la comunità cristiana, anche dentro la Chiesa. Quando si considera Dio alla stregua di un mercante disposto a concedere la sua "merce" al miglior offerente, a colui che sa donare più "offerte" di altri, allora siamo disposti a passare sopra tutto e tutti pur di entrare nelle sue "grazie"; allora siamo anche disposti a spacciare per "opera a fin di bene" anche l'affare finanziario che permette ad alcuni di arricchirsi spudoratamente sulla pelle di altri condannati alla povertà ma "consolati" dall'idea predicata di un Dio che ama i poveri e che in paradiso li accoglierà. Una comunità che accetta e vive di tali logiche è la negazione della fraternità voluta dal Maestro e come tale è destinata a scomparire (e il nostro tempo ce lo sta mostrando).

Sorella, fratello: il Maestro oggi ci chiede di resistere con forza alla tentazione del "mercato", la tentazione di cedere a quella logica del "do ut des" che è la negazione del messaggio evangelico. Presso Dio non c'è niente da comprare né tanto meno da meritare attraverso i propri intrallazzi spirituali. La relazione con Dio è fondata su una gratuità accolta e condivisa affinché "nessuno sia nel bisogno", affinché la vita sia "vita in abbondanza" per tutte e tutti, senza discriminazione alcuna. Il Maestro oggi cerca donne e uomini che vivano con lui e come lui la scelta del dono totale: non ha bisogno di commessi di negozio o di compari di affare; non ha bisogno di professionisti del sacro che, come agenti di commercio, presentino la "merce" e attirino clienti decantando le proprietà degli articoli messi in vendita. Ha bisogno di testimoni, non di venditori.
Come sempre, la scelta è nelle nostre mani.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

sabato 7 novembre 2020

“Portatori sani” di Vangelo (II Avvento 2020)




Se la prima domenica era un invito a non addormentarsi e a restare svegli, a farsi sentinelle, questa seconda tappa del percorso di Avvento invita ad un atteggiamento di accoglienza, di apertura. È come se dicesse: “state svegli perché sta accadendo qualcosa: non perdete l’occasione, il kairòs, un tempo di opportunità”.

Dio, per un lunghissimo tempo, ha cercato di educare il suo popolo liberandolo dalla schiavitù, dapprima, è stipulando poi con esso un patto fondato su una legge di libertà. In questo percorso, irto di ostacoli, Israele, l’uomo, ha finito, purtroppo, per confondere Dio con la legge facendolo diventare una sorta di padre-padrone, giudice che tutto vede e tutto conosce, spietato nel suo giudizio.

Ora che è chiamato a diventare “vigile come una sentinella”, l’uomo ha la possibilità di cogliere un nuovo “inizio”, un capitolo completamente nuovo in quella che definiamo comunemente come storia della salvezza.

Giovanni il Battezzatore è il crinale posto tra la prima e la nuova alleanza, il punto di svolta di questa relazione in cui Dio stesso decide di “rifare ordine” (come nel processo della creazione narrato nel libro della Genesi) e finalmente mostrare all’umanità il suo autentico volto.
Quel “Volto” che nessuno poteva vedere senza poi morire ora si prepara ad entrare di persona nella storia attraverso la carne di Gesù di Nazareth, Colui “che immergerà nello Spirito Santo”, cioè colui che ci farà entrare, se siamo disposti a seguirlo, nel respiro stesso di Dio.

E cosa è mai questo Spirito, questo soffio se non la stessa parola che risuona da sempre sul mondo e nei cuori di ciascuno e che incessantemente chiede: “Dove sei?”. Alla sentinella che “veglia” è richiesto ora di prestare ascolto e di offrire apertura perché nella carne di Colui che viene la Parola avrà finalmente un volto, unico e definitivo, che chiede di essere riconosciuto. Giovanni è la voce che prelude alla Parola. Gesù è la Parola che dà carne al volto di un Dio che “passa oltre” il criterio dell’osservanza e propone all’umanità la via della somiglianza.

Il nuovo “inizio”, il Vangelo, la buona notizia, il felice annuncio consiste proprio in questo: ogni uomo può partecipare del “soffio divino” e attraversare il percorso della storia facendosi somiglianza di Lui. In questo modo si realizza quel primissimo compito affidato fin dagli albori della creazione: realizzare quella somiglianza della cui immagine siamo portatori.

Giovanni, ultimo e nuovo Elia, si fa porta-Voce di questo annuncio. Con lui occorre entrare di nuovo nel deserto affinché si possa compiere quel nuovo esodo capace di dare la luce il nuovo popolo costituito non più da pii osservanti ma da figli assomiglianti.
Assomiglianti a chi? A Colui che, in Gesù, si rivela Padre e Madre, principio di vita continuamente donata, offerta a tutti e che chiede di essere da tutti condivisa.

L’invito sconvolgente di cui il Battista si fa inconsapevole portatore è l’entrata di Dio nella storia. Giovanni crede ancora che con il suo arrivo ci sia qualcosa da meritare per il tramite di opere e azioni che riescano a commuovere il cuore irato del Signore delle Schiere. Il Dio che si rivela in Gesù polverizza la categoria religiosa del “merito” e apre la storia all’accoglienza del valore della gratuità.
Il merito bisogna guadagnarselo, la grazia è semplicemente da accogliere e da condividere con un stile di vita che ci faccia entrare nella storia e nel mondo non da padroni ma da servi e custodi (così come il Creatore ha fatto fin dall’inizio dei tempi).


Siamo entrati nel tempo in cui l’invito ad aprire il cuore per ricominciare è ormai pressante: aprirsi a Colui che viene a visitare il suo popolo significa riscoprire la novità del Felice Annuncio e diventarne così “portatori sani”, cioè non inquinati da tutta quelle serie di pratiche e devozioni che ci hanno inculcato per assicuraci che “Dio vuole così”.
Non dobbiamo preoccuparci di piacere a Dio, ma accogliere il fatto che Dio ci vuole talmente bene che si prepara, nel Figlio, ad indicarci la strada per diventare come Lui.

venerdì 6 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Carità creativa

Lc 16,1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare".
L'amministratore disse tra sé: "Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua".
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?". Quello rispose: "Cento barili d'olio". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta".
Poi disse a un altro: "Tu quanto devi?". Rispose: "Cento misure di grano". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta".
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.
I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».


Parabola scocciante, quella di oggi. Sembra quasi un testo scritto per giustificare lo sport nazionale, quello della corruzione, che pare serpeggi senza vergogna anche nella chiesa, visti i recenti avvenimenti.
A una prima lettura, banale, potrebbe essere così.
Credo che invece una riflessione più attenta ci offra indicazioni diverse.
Le parabole di Gesù non sono mai storielle edificanti, come quelle che alcuni parroci raccontano alla fine dell'omelia per tirare la morale a quanto detto in precedenza. Le parabole che il Maestro racconta sono delle trappole linguistiche molto raffinate che, in un primo momento, tirano l'ascoltatore dentro la storia per obbligarlo a prendere posizione (e quando ormai sei dentro non puoi più tirarti fuori) e poi ti sbattono in faccia un'immagine inedita di Dio che ti obbliga a confrontarti con essa (e siccome ormai sei dentro, non puoi esimerti).
Anche questa parabola opera lo stesso meccanismo, sottile, ma efficace. Il "ricco" rappresenta Dio, il Padre, che condivide e lascia amministrare i suoi beni a persone fidate, noi. Il punto è proprio questo: che immagine ci siamo fatti del "padrone"? E se, per caso, non avessimo compreso che il "padrone" è uno che ama condividere, donare piuttosto che tenere e accumulare per sé? Ecco allora perché il "padrone" elogia alla fine il suo amministratore che noi, con troppa fretta e secondo i nostri criteri, abbiamo facilmente catalogato come "disonesto". L'amministratore ha compreso che "tipo" di padrone è il suo: è uno cui piace donare, condividere, e non accumulare. I poveri che lui ha contribuito a creare, sono quelli che ora riempie di doni, come avrebbe fatto il suo "padrone", e che poi condivideranno con lui i beni che hanno. Tutto dipende dall'immagine di Dio che ci siamo fatti.

Sorella, fratello: fino ad oggi, seguendo i passi di Luca, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare il Maestro che ci ha messo davanti l'immagine di un Dio che, per noi, accetta di giocare in perdita, di un Dio che non gode nel vedere accumulare meriti davanti a lui, ma che si compiace di donne e uomini che, con Lui e come Lui, accettano di giocarsi la vita nella via del dono e del perdono. Non siamo padroni ma amministratori. A noi è chiesto di amministrare in nome del "padrone". Ma se questo "padrone" non lo conosciamo? Se di questo "padrone" abbiamo un'idea distorta, come possiamo essere amministratori fedeli?

È un cammino faticoso e lungo. Presentarsi come amministratori è facile, se abbiamo altri interessi. Curare gli autentici interessi del "padrone" è ben altro.
Ciò che sta a cuore al padrone è il nostro essere felici: se siamo suoi amministratori fedeli, allora di questo dovremmo preoccuparci: del benessere e della felicità della sorella e del fratello che ci passa accanto, pronti a prendere la "sua ricevuta" e praticargli uno "sconto" in nome del "padrone".
L'autentica ricchezza non sta nell'accumulare e trattenere per sé, ma nel condividere generosamente.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

giovedì 5 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Un Dio "sprecone"

Lc 15,1-10

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.

Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».


Luca ci conduce con sapienza e gradualità dentro il messaggio evangelico proponendo un percorso che arriverà al suo culmine nella parabola del Padre misericordioso. Nel testo di oggi, quasi in forma di preludio alla grande parabola, risuonano le parole di queste due piccole perle paraboliche che sono risposta alle critiche dei benpensanti e ben-osservanti dell'epoca.
L'annuncio del Maestro è sconvolgente perché propone l'immagine di un Dio che si svela come il Dio delle misericordie, il Dio che non si spaventa delle nostre fragilità, il Dio che non ci lascia soli nei nostri peccati ma ci offre il suo perdono gratuito per guarire i nostri cuori malati.
È un'immagine inedita e sconvolgente perché ci racconta di un Dio che non sta ad aspettare che noi torniamo a Lui a capo chino, pieni di paura e con offerte propiziatorie: è Lui stesso che si muove alla nostra ricerca, è Lui che si scomoda per venirci a cercare e, senza porre condizioni, ci carica sulle sue spalle e ci risparmia pure la fatica del "ritorno a casa". I credenti tutti-di-un-pezzo non possono digerire questa immagine: il Dio che offre il suo perdono gratis, senza condizioni, non è un Dio serio, non è un Dio che si fa rispettare. Come si fa ad offrire il perdono senza condizione alcuna? Nemmeno un po' di penitenza? E poi… cos'è questo far festa per un peccatore? Ma che Dio è un Dio che festeggia con e per un peccatore?

Sorella, fratello: ecco il cuore del messaggio del Maestro. E per questo Lui ci ha rimesso la vita. È talmente fuori dalle nostre concezioni religiose che ci siamo subito precipitati a mettere dei distinguo, a porre condizioni, a specificare che sì, è vero che Dio è un Padre misericordioso, ma…
Lui è quello della misericordia, noi siamo quelli del Sì, ma… Non ce la facciamo proprio. Occorre dirlo: un Dio così, che non ci assomiglia affatto, che non sposa le nostre concezioni di Lui non esiste. Visto come abbiamo fatto in fretta? Invece di assomigliare noi a Lui è Lui che deve assomigliare a noi! Fino a quando non accetteremo il fatto che non è tanto importante ribadire che Gesù è Dio quanto piuttosto che Dio è Gesù il Vangelo resterà una bella favoletta scritta da leggere prima di dormire.
Noi siamo per le cose serie: un Dio che fa festa non è per noi.
E pensare che Gesù è arrivato al dono totale di sé per questo: ma noi, duri e puri, ci siamo inventati di tutto pur di ribadire che Gesù è morto per i nostri peccati e quindi il perdono non può essere gratuito. Dio stabilisce il prezzo per ogni cosa e la festa non può far parte di questo Dio.

Ecco perché stiamo spegnendo il fuoco del Vangelo, ecco perché ne stiamo annacquando il vino: e di questo, sì, di questo, dovremo rendere conto.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

mercoledì 4 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Perdenti divini

Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».


È una "folla numerosa" quella che segue il Maestro, tante persone, un assembramento. Lui non ha bisogno di emanare un DCPM per sfoltire: si limita a dare alcune indicazioni: chi vuole venire dietro a me, ecco, queste sono le condizioni. Quali? Ti è donato di entrare non in una famiglia, con le sue regole, i suoi limiti, le sue relazione ben determinate, ma in una comunità dove la regola è la fraternità. Una fraternità che si prende cura del più fragile, del più debole, di quello che conta meno degli altri. Una fraternità dove la tua vita non ti appartiene se non come dono che puoi fare all'altro: non ti possiedi più ma scegli di farti possedere in una logica di servizio, di dono e di perdono. Una fraternità dove la "croce" diventa l'espressione più alta del dono totale di sé, in pura perdita, e del perdono gratuito che non si aspetta nulla, che non chiede nulla, che è affidato all'altro senza garanzia alcuna. Perché tutto questo? Perché Dio fa così. Vuoi essere simile a Lui? Questa è la via. E la vita del Maestro ne è testimonianza: la sua carne ci parla di Dio, di chi è, di come funziona e di cosa ci propone. Il discepolo è colei/colui che accetta di giocare in perdita con e come Dio.

Sorella, fratello: hai ben compreso? Accettare di essere discepoli esige discernimento! Non sei in un negozio di scarpe in cui devi scegliere tra vari modelli. Qui il modello è Uno, e Uno solo: Gesù di Nazareth, con le sue scelte di vita, con il suo stile di vita. Siediti e fai bene i conti! Non puoi dire "sì" al Regno e poi tornare a occuparti degli affari tuoi; non puoi correre dietro a Lui e poi tenerti da parte qualcosa perché "non si sa mai". Lui sul piatto, meglio, sulla croce, ha messo tutta la sua esistenza: ciò in cui ha creduto, ciò per cui ha lottato, ciò per cui ha pagato fino in fondo.
Il Vangelo non è fatto per essere sbandierato, ma per essere vissuto sulla propria pelle. Se non te la senti, non annacquarlo con l'acqua della tua mediocrità. Se non accetti di farti povero della Sua ricchezza "non puoi essere suo discepolo".

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 3 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Assembramenti evangelici

Lc 14,15-24

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».


Questa parabola ruota attorno a quello che gli studiosi definiscono "schema di sostituzione". In parole semplici: è un racconto flash della storia della salvezza. Gli invitati del primo gruppo rappresentato quell'Israele che, in un modo o in un altro si è chiuso davanti ai molteplici inviti di Dio a condividere con Lui il "piatto della vita". Questo popolo resistente e recalcitrante viene ora "sostituito" da altri che accettano la proposta. Questi altri però hanno una particolarità: sono costituiti da tutti coloro che, secondo i canoni del tempo, dovevano essere esclusi da qualsiasi relazione con Dio a causa del loro stato. "Poveri, storpi, ciechi, zoppi e anche quelli che già vivevano fuori, ai margini", segni viventi della maledizione divina che cade come mannaia sui peccatori (se sei malato è perché Dio ti ha punito). Ecco lo sconvolgente annuncio del Vangelo del Maestro: coloro che ai nostri occhi sono i più lontani e i "meno meritevoli" sono "costretti" a entrare al banchetto del Regno. Comprendiamo qui come il Vangelo non è un semplice scritto: è la vita stessa, lo stile di vita del Maestro che si fa parabola. Non è forse uscendo fuori "per le strade e lungo le siepi", e non in sinagoga (o chiesa,) che il Maestro si è manifestato come la carne del Dio che si fa prossimo a chi è escluso?

Sorella, fratello: quanto narrato dalla parabola potrebbe succedere (o sta già succedendo) a noi. Noi che ci riteniamo con troppa sicurezza "i signori del Vangelo", noi che abbiamo sempre la scusante a portata di mano per noi ma siamo giudici inflessibili per gli altri; noi che riteniamo talmente sicuro il nostro diritto di entrare al banchetto da poter accampare scuse quando dobbiamo seguire i nostri "piccoli affari sporchi" (o grandi, grandi come compravendite di palazzi, grandi e sporchi come gli affari siglati con quella finanza che affama, uccide e rende schiavi). 

A noi, che da invitati al banchetto ci siamo fatti proprietari del "ristorante", a noi potrebbe succedere di venire estromessi perché abbiamo trasformato un invito gratuito in un accesso per merito, escludendo chi, a nostro giudizio, non rientrava nelle categorie. 

La pandemia che stiamo vivendo ci sta interrogando anche su questo ed è urgente prenderne coscienza. Quando assisto a discussioni infuocate, e quanto mai vane, sulla possibile chiusura delle celebrazioni per arginare la pandemia e sento lo "stracciarsi delle vesti" da parte di sedicenti cattolici, non posso non pensare alla veste strappata dal Sommo Sacerdote durante il processo a Gesù: era il simbolo dello strappo definitivo da quel Dio che le aveva tentate tutte e che ora doveva passare dalla Croce per riempire la sua sala con un popolo nuovo. 

Ecco, il nostro è un "kairòs", un tempo favorevole. Non sprechiamolo correndo dietro a chi ha trasformato il messaggio del Vangelo in un "favola profana, roba da vecchierelle" (1Tm 4,7; con tutto il rispetto per le nonne).

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 2 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Ri-andare al cuore


Mt 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».


Il 2 novembre è tradizionalmente dedicato al ricordo dei defunti.
Per gli antichi romani il "fare memoria" rimandava al cuore, ritenuto da essi il luogo proprio della memoria stessa. Ricordare è dunque riandare al cuore: al cuore di quelle vite che hanno incrociato la nostra vita e in un qualche modo, voluto o meno, hanno contribuito a renderla quella che è oggi.

La pandemia che stiamo affrontando (per quanto i soliti idioti si affannino a negarla) ci ha reso, per certi aspetti, l'esperienza della morte ancora più difficile da accettare e da vivere. Vi sono stati momenti in cui non è stato possibile, almeno per me, "riandare al cuore" a causa della violenza di certe morti che mi hanno lacerato il cuore stesso. Il posto dedicato al ricordo si è come trasformato in un campo minato in cui era difficile pensare di entrare per la paura che il dolore esplodesse incontrollato con tutta la sua carica distruttiva e lacerante.

I Padri ci insegnano che "caro saluti cardo", la carne è il cardine della salvezza, il perno attorno al quale ruota e si costruisce il nostro rapporto con la mano tesa di quel Dio sempre alla ricerca dei suoi. E così anche questa parte sofferente della mia carne diventa il luogo dove la pazienza magnanime di Dio e l'amore delle sorelle e dei fratelli che vivono fin da ora nel Mistero riescono a richiudere le lacerazioni del mio cuore, a farle sanguinare un po' meno. Mi consola proprio questo: non sto pregando per i defunti, ma con loro, con loro che continuano a lottare, a sperare, a vivere con me questa folle avventura che mi porta a fidarmi di Uno che è riuscito a trasformare la violenza di una morte ingiusta, proprio una morte di quelle incomprensibili e che spaccano il cuore, in un dono capace di risvegliare la potente forza della vita, a farne sprigionare tutta la sua vitalità.

Questa vita stessa del Maestro, se accolta e condivisa, conduce a fare anche della propria esistenza un dono, alla luce di quella stupenda pagina evangelica che ci viene offerta oggi. Con le sorelle e i fratelli che vivono nel Mistero continuiamo a osare e a credere che il Regno cresce e estende ogni volta che i nostri occhi guardano nella stessa direzione del Padre, con la sua stessa tenerezza e cura verso tutte e tutti coloro che cercano in noi sorelle e fratelli capaci di farsi servi dell'umanità che ancora non riesce a vivere con dignità in questa casa comune.

Non abbiamo bisogno di "lucrare indulgenze" per i defunti (bruttissimo verbo specie di questi tempi; ancor più brutto per chi, come me, non ha bisogno di questo per vivere la sua fede) se poi non siamo indulgenti e benedicenti verso le sorelle e fratelli più poveri. Piuttosto, insieme a coloro che vivono nel Mistero camminiamo per rendere sempre più credibile il messaggio di vita che il Maestro ci ha consegnato.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita, soprattutto oggi.