Liturgia Quotidiana

mercoledì 21 dicembre 2022

Buongiorno mondo!

Parole “salutari”



Lc 1,39-45

“Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo…”.



Il saluto che Maria porge a Elisabetta non è un semplice gesto di cortesia (che peraltro avrebbe dovuto essere indirizzato a Zaccaria, ma siccome è ancora “muto” non può entrare in relazione) ma una vera e propria trasmissione di vita e di gioia. Maria, arca della nuova alleanza, offre a Elisabetta una parola “salutare”, che comunica l’energia divina in lei contenuta. È una bella provocazione per noi e le nostre comunità attuali: riappropriarci del dono di scambiarci parole “salutari”, parole che sanno suscitare vita, che aprono alla gioia, che comunicano l’esperienza della presenza del Mistero in ciascuno di noi. La sfida per le nostre comunità oggi va nella direzione di Maria: comunità che non temono di mettersi in movimento, comunità che vivono la “fretta” della passione per l’incontro, comunità che aprono spazi a parole “salutari” che permettono allo Spirito di circolare liberamente per aprire cuori e menti. In altre parole, comunità che non stanno ferme nella loro beata solitudine ma che ogni giorno si mettono in viaggio verso quelle periferie esistenziali che papa Francesco ci chiede di visitare e nelle quali far entrare la parola “salutare” della vita e della speranza. Ci sono tante “Elisabette” che attendono tale parola: mettiamoci in viaggio. 

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 20 dicembre 2022

Buongiorno mondo!

Onnipotente nell’amore


Lc 1,26-38

"Niente è impossibile a Dio". 



Queste parole dette dall'angelo a Maria risuonano nella liturgia di oggi. È vero che ci hanno insegnato che Dio è Onnipotente e che "La parola onnipotente vuol dire che Dio può fare tutto quello che vuole" Cat. di Pio X n.26). 

Per parte mia preferisco pensare che Dio non cerca meri esecutori, ma pieni e responsabili collaboratori, uomini e donne che accettano con Lui e come Lui di giocarsi la vita perché la vita dell'umanità cresca in qualità tale da essere divina. Uomini e donne che, pur coscienti della loro fragilità, osano la sfida del fidarsi e affidarsi a una Parola capace di trasformare l'esistenza, una Parola capace di generare vita dentro e attorno a chi la accoglie. Uomini e donne che non si rifugiano in una "onnipotenza" alla quale delegare tutto o sulla quale scaricare tutto, ma su un amore misericordioso che insegna a farsi compagni di strada, creando relazioni fondate su dono e perdono reciproci, a sua immagine e somiglianza, senza giudizi o pregiudizi di sorta verso alcuno, senza discriminazioni religiose, sessuali, culturali, politiche, ma aperti ad ogni donna e uomo che vogliono inventarsi stili di vita più umani, talmente più umani da essere divini. 

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 19 dicembre 2022

Buongiorno mondo!

Ri-dire il Felice Annuncio


Lc 1,5-25


“(…) Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria,  e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto (…)”.


Oggi il Vangelo ci racconta l’annunciazione di Zaccaria. A Gabriele tocca un compito facile, a prima vista. Far visita a un sacerdote, (sposato addirittura con una discendente di Aronne), in servizio attivo al tempio: meglio di così non poteva capitare. Già, ma le cose non vanno come dovrebbero. Proprio colui che dovrebbe essere più aperto alla voce del Signore si rivela chiuso e sordo alla Parola che chiama.  La “punizione” di Gabriele è esemplare: un sacerdote che non ascolta e comprende la parola di Dio è meglio che resti muto! È una buona lezione per noi e le nostre comunità: se non sappiamo ridire il Vangelo all’uomo di oggi è meglio che ce stiamo muti, soprattutto quando al Vangelo facciamo dire ciò che fa comodo a noi. Inoltre quanto accaduto a Zaccaria ci mette in guardia: lì dove tutto è istituzione è difficile lasciare spazio allo Spirito. È anche il richiamo che ci è arrivato dal Convegno ecclesiale di Firenze (forse troppo in fretta messo da parte): passare dall’organizzazione alla relazione. Papa Francesco ci sta indicando il cammino, ma, come Zaccaria, siamo ancora duri di cuore, ancorati al “Tempio” e alle sue tradizioni. Forse è meglio uscire da Gerusalemme e respirare l’aria meno asfittica e ammuffita di Nazareth. 

A tutte e tutti un abbraccio. Buona vita.

sabato 17 dicembre 2022

IV Domenica di Avvento 2022

Al di là di ogni merito

ANNO A 18 dicembre 2022 IV DOMENICA DI AVVENTO Is 7,10-14 Sal 23 Rm 1,1-7 Mt 1,18-24

Tratto da: Adista Notizie n° 39 del 19/11/2022

Nella redazione del Vangelo secondo Matteo non troviamo traccia di “un'annunciazione a Maria” come nel vangelo secondo Luca, bensì possiamo parlare di “un'annunciazione” a Giuseppe. Nel contesto giudaico-cristiano in cui nasce e prende forma la redazione dell'opera di Matteo, è “rispettoso”, da parte del redattore finale, far risalire la generazione di Gesù al padre, secondo le regole più pure della tradizione. Tuttavia, per quanto tratteggiata in penombra, anche in Matteo la figura di Maria non risulta secondaria nel messaggio che l'evangelista vuole trasmetterci.

Matteo, nel suo racconto, palesa il fatto che Maria «prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Trovo interessante questa nota di “passività” rispetto al racconto lucano. Maria si trova davanti a una sorpresa: non è un'azione sua l'aver generato il Figlio di Dio! Maria è la prima, in tutta questa avventura, che prende la decisione di accogliere un dono e, una volta ricevuto e accolto, di farne parte, di condividerlo con Giuseppe e con chi, in seguito, oserà accogliere tale sfida. Questo atteggiamento di Maria solleva il velo sul dramma di Giuseppe, che è poi il dramma di ogni credente: il dubbio, l'incertezza, il cammino che ciascuno deve compiere per accogliere il dono. È il dramma del giusto, o di colui che si ritiene tale.

Il giusto è la persona che si attende il giusto merito per le sue opere, è colui che non desidera più di quanto gli spetta (ricordate la parabola degli operai dell'ultima ora?). Giuseppe, davanti al fatto compiuto dice: questo non mi spetta, non l'ho fatto io, non è merito mio, non mi riguarda, è troppo grande per me. Giuseppe è messo di fronte al dono di Dio che è superiore a ogni nostra attesa proprio perché è dono, un qualcosa che non ti aspetti e non ti è dovuto.

È questo, a mio avviso, il fulcro del messaggio evangelico odierno e di ogni giorno: occorre aprirsi a qualcosa che è sempre più grande dei nostri desideri e delle nostre attese. Il nostro Dio è un Dio che “fa nuove tutte le cose” ogni giorno, è un Dio che ti sorprende, che ti prepara una sorpresa al giorno.

Riprendendo una espressione di Alessandro Bergonzoni, amico carissimo, oserei definire la verginità di Maria e Giuseppe non tanto un voto di castità quanto un “voto di vastità”. Concentrandoci sulla verginità di Maria dal punto di vista fisiologico, ci siamo persi quella di Giuseppe, ma soprattutto ci siamo giocati la possibilità di vivere e proporre il significato autentico di quanto hanno vissuto quei due: “Il voto di vastità”, unica via per aprire il cuore ad accogliere, unica via per apprendere a ricevere un Infinito sempre alla ricerca di un finito in cui dirsi e darsi.

Anche noi, come Giuseppe, siamo spesso tentati di dire: questa cosa non è mia, non me la merito, mi fermo qui, non puoi chiedermi di andare oltre. Come Giuseppe ci mettiamo di buzzo buono a “pensare”, a mettere in atto strategie, anche pastorali, per tenere tutto sotto controllo, per trovare nostre soluzioni, per addebitarci il merito. Ma in questo modo spesso troviamo soluzioni che non vengono da Dio e non portano a Lui. Solamente coltivando giorno dopo giorno il coraggio di andare oltre il merito, di porci al di là di ogni merito, possiamo osare l'avventura con Colui che ci propone il “voto di vastità” come l'unica modalità capace di creare relazioni gratuite, fraterne e filiali. La via di accesso a tutto questo è sempre la Parola. Quella parola che a Giuseppe si presenta in sogno: un modo per dire che se il cuore non tace, se non si fa spazio al silenzio, il grembo resta sterile e la Parola non può fare frutto.

Allora potremo fidarci, dare spessore a quel “non temere”, detto a Giuseppe, detto al Giuseppe che vive dentro ciascuno e ciascuna di noi. “Non temere”: è l'unica parola divina che ritorna per ben 365 volte nel testo biblico: ogni giorno Dio continua a dirci: “Non temere, non avere paura”.

Occorre scegliere da che parte stare. O dalla parte di Adamo che si nasconde perché “aveva paura”, o dalla parte di Giuseppe che osa fidarsi di una Parola che, al di là di ogni merito, offre un'esperienza di gratuità che riempie la vita e allarga i cuori fino a potere dire “sì” all'Infinito.

Don Luciano Locatelli è presbitero della Chiesa di Bergamo, attualmente a tempo pieno in Caritas.

martedì 13 dicembre 2022

Buongiorno mondo!

Signore e Signori, mantenete la fila, prego…



Mt 21,28-32


E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».



Il Maestro oggi fa cadere, nel tranquillo stagno del nostro perbenismo farisaico, una parola dura, spietata oserei dire, che dovrebbe levarci il sonno per un bel po’! Coloro che erano considerati esclusi da qualsiasi salvezza, perché di fatto impossibilitati a osservare la Legge, proprio costoro “saltano” la nostra composta fila nell’accesso al Regno. Noi lì, tutti buoni in fila, col nostro certificato in mano ad attestare la quantità di messe, di preghiere, di “buone opere”, di impegno in parrocchia, in attesa del nostro turno e loro… ci passano avanti, senza carte in mano per di più! Noi lì, profumati d’incenso, quelli luridi e puzzolenti per la sporcizia che noi abbiamo gettato loro addosso (da qualche parte la si deve pure buttare, no?), e ci passano avanti. Noi lì, a ripassare gli articoli del Credo prima dell’esame finale, loro spavaldi, senza nemmeno conoscere il nome di Dio, e ci passano avanti. Noi lì, con la tessera sindacale di operai della prima ora, fieri di aver costruito “tutto questo”, loro senza nemmeno uno straccio di “contratto”, anzi, raccomandati dal Figlio del “Padrone”, e ci passano avanti. 
Già, dobbiamo ancora capirla: non saremo giudicati per ciò in cui abbiamo creduto, ma per come abbiamo vissuto. Abbiamo vissuto cercando di assomigliare al Padre: bene, non c’è bisogno di fare la fila… Abbiamo vissuto sul piedistallo del pregiudizio, dell’esclusione, senza mai preoccuparci del bene dell’altro? Beh… da questo punto, signori, la vostra attesa in fila è di qualche secolo… sapete il Capo è magnanimo, vi lascia ancora il tempo per cambiare… e imparare da quelli che vedete laggiù fare festa per ogni fratello e sorella ritrovati. 

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 12 dicembre 2022

Buongiorno mondo!

Autorità o autorevolezza?


Mt 21,23-27

 

In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?».


Questa è la domanda che le autorità religiose pongono a Gesù. Ogni volta che l’istituzione religiosa è messa in crisi dalla denuncia profetica parte l’inchiesta. La preoccupazione principale non è quella di cogliere l’appello al discernimento e alla verifica; la preoccupazione è quella di stabilire subito il limite: chi ti da il permesso di fare questo? La salvaguardia del potere è il primo obiettivo di ogni istituzione e tutto quello che rischia di far sorgere dubbi sulla legittimità di tale potere è subito oggetto di studio minuzioso. I tempi non sono molto cambiati, anzi, mi pare che stiamo assistendo a un ritorno in forze di espressioni di autorità che non sono però sostenute da altrettanta autorevolezza. Gesù fonda la sua autorità nell’intimità con il Padre e con il suo progetto: il Regno e quindi la proposta di umanizzazione che permea il suo vangelo. In tale prospettiva, il potere dell’autorità costituita si sente minacciato e, in risposta, comincia a seminare il dubbio. L’autorità di Gesù viene dalla sua stessa vita: fa quello che dice e dice quello che fa, nel Padre. A noi la scelta: una vita di autorità imposta, o l’autorità della vita vissuta nel dono totale di sé. 

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

sabato 10 dicembre 2022

III Domenica di Avvento

Beato chi non si scandalizza

III DOMENICA DEL TEMPO DI AVVENTO Is 35,1-6a.8a.10 Sal 145 Gc 5,7-10 Mt 11,2-11

Tratto da: Adista Notizie n° 38 del 05/11/2022

Giovanni lo abbiamo già incontrato e sappiamo che in lui sono condensati gli aspetti della vocazione e della funzione profetica. I profeti chiamano a conversione e tale appello si configura come una chiamata alla responsabilità che, a sua volta, è un appello all'esercizio della libertà personale. La chiamata del Battista è diretta a prepararci ad accogliere Colui che viene (nella traduzione io preferirei mantenere il testo originale: “il Veniente”, perché indica il modo dinamico in cui questo “venire”, questo “esserci” si manifesta).

In effetti, è questo il tema di sottofondo di questa Domenica della Gioia: i profeti ci insegnano a restare in atteggiamento di attesa perché ci ricordano continuamente che noi siamo attesa, siamo desiderio, siamo ciò che attendiamo. Giovanni ci aiuta dunque a fare discernimento dentro questa nostra attesa, a purificare il nostro desiderio aprendoci ad accogliere la domanda e il dubbio: “Sei tu o devo aspettarne un altro?”. Avere il coraggio di porsi una tale domanda significa rinunciare a “mettersi Dio in tasca”. Il Battista è immagine dell'uomo che si pone di fronte a Dio e capisce, ponendosi domande e aprendosi al dubbio, di non capire: sei tu o un altro? E normalmente, è un altro, un totalmente altro.

La domanda che Giovanni pone a Gesù è, o dovrebbe essere, la domanda che guida la nostra attesa in questo tempo forte (che è forte non solamente perché è “Avvento”, ma perché dovrebbe “metterci in crisi!”). Proviamo a pensare un istante a questo “aspettarne un altro” per chiederci: come vorrei in verità che il Signore fosse? Il “Veniente” è già venuto e continua a venire dentro la nostra storia: egli aspetta solamente di essere visto e accolto. Egli è colui che nella sua piccolezza, fin da neonato, si rivela il Dio fragile, il Dio che accetta di mettersi nelle nostre mani; è Colui che assume i nostri limiti e le nostre fragilità e in questo ci indica la via per “trasfigurare” queste realtà in luogo di solidarietà fraterna e filiale. L'Incarnazione rende le nostre fragilità umane spazio di manifestazione del divino. Non la grandezza, non le grandi opere: la nostra piccolezza assunta diventa lo spazio in cui Dio prende casa. Tutto il resto non è che manifestazione di delirio, di sogni di gloria, di potenza. Ecco perché quella domanda deve permanere nel tempo: essa ci aiuta a purificare continuamente la nostra attesa del “Veniente”.

E arriviamo così alla risposta che Gesù invia al Battista.

Non si tratta di una risposta teorica ma molto pratica. Gesù non offre saggi di teoria, ma vita vissuta. Davanti a un affamato, Gesù non fa teoria sulla fame nel mondo, ma condivide pane. La risposta di Gesù è improntata alla sua vita e per questo è pratica: è la sintesi di quanto va dicendo e facendo. Per questo invita all'ultima beatitudine: «Beato chi non si scandalizza di me». Che senso ha tale beatitudine? Non bastavano quelle enunciate nel Discorso della Montagna?

A quanto pare no. Quelle Beatitudini hanno come soggetto primo proprio Gesù: é lui che si fa povero, affamato, operatore di pace, mite, assetato di giustizia. Comprendere questo significa aver compreso le Beatitudini e quindi poter dare risposta alla domanda: sei tu o un altro? La risposta dipende da te. Il giudizio di Dio, annunciato ma non compreso dal Battista, sta in questa solidarietà con la fragilità umana. Accogli questo? Accogli la sua misericordia come giudizio sulla storia del mondo e quindi anche sulla tua e sei capace di fartene portatore? Beato te se non ti scandalizzi di me.

Nessuno si scandalizza di Gesù quando fa opere potenti, quando moltiplica il pane, quando opera miracoli strabilianti. Corrisponde all'immagine di Dio che ci portiamo dentro e che ci fa comodo perché vorremmo essere così.

Ma la beatitudine si rivolge a chi non teme di vedersi mandare in frantumi l'immagine di un Dio tanto caramente coltivata: un'immagine idolatrica costruita sui nostri deliri di potenza, di immagine e di forza. Gesù, nella sua risposta, denuncia e distrugge la confusione che ci portiamo dentro, ossia la confusione tra il credere in Dio e il credere in una nostra idea di Dio.

Don Luciano Locatelli è presbitero della Chiesa di Bergamo, attualmente a tempo pieno in Caritas.