mercoledì 18 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Dieci monete per me

Lc 19,11-28

In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d'oro, dicendo: "Fatele fruttare fino al mio ritorno". Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: "Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi". Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: "Signore, la tua moneta d'oro ne ha fruttate dieci". Gli disse: "Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città".
Poi si presentò il secondo e disse: "Signore, la tua moneta d'oro ne ha fruttate cinque". Anche a questo disse: "Tu pure sarai a capo di cinque città".
Venne poi anche un altro e disse: "Signore, ecco la tua moneta d'oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato".
Gli rispose: "Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi".
Disse poi ai presenti: "Toglietegli la moneta d'oro e datela a colui che ne ha dieci". Gli risposero: "Signore, ne ha già dieci!". "Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me"».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.



Rilettura lucana della parabola narrata da Matteo e che abbiamo ascoltato la domenica passata. Mutatis mutandis, il tema è comunque sempre quello, ossia l'immagine che ci facciamo di quel "uomo di nobile famiglia" che rappresenta Dio, nella parabola, e che chiama a libertà.
Questa volta è il contesto che offre una possibile interpretazione. Luca, nella sua narrazione, sottolinea all'inizio e alla fine che il Maestro cammina in direzione di Gerusalemme, dove il tutto conoscerà una fine drammatica.

Gesù cammina spedito verso il dono totale di sé e in questo percorso chiede chi vuole associarsi a lui. Non va a Gerusalemme per liberarla, per conquistarla, per ricostituire il Regno d'Israele. Le "monete d'oro" affidate si suoi "servi" rappresentano la proposta rivolta a chi vuole seguirlo in questa avventura che, agli occhi dei più, suona come fallimentare e assurda. Come si può "guadagnare" di più condividendo? Come si può essere "vincenti" dall'alto di una croce?
I suoi, anche i suoi, alla fine, non han compreso: "Signore, ne ha già dieci!". Non hanno compreso la logica del Regno, sono ancora lì a pensare che il Regno è "cosa nostra", fatto per noi "che sappiamo", fatto per noi che sappiamo come funziona questo mondo.

Sorella, fratello: ancora una volta il Maestro chiama in causa la tua libertà. Scegli se e come far fruttare la possibilità di condividere la sua esistenza. O scegli la logica del dono totale, o il vangelo diventerà una clava nelle tue mani per ridurre in schiavitù le sorelle e i fratelli che incroci ogni giorno.
Il Regno di Dio non ha bisogno di radiopredicatori che si fanno padroni di vite, ma di servitori del Vangelo che, con il loro atteggiamento quotidiano, rivelano il volto di Colui che "non è venuto per essere servito ma per servire".

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 17 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Piccoli uomini crescono


Lc 19,1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».



Giosuè, l'Unto del Signore che sostituì Mosé, si mosse alla conquista di Gerico e lo fece da condottiero. Oggi il Vangelo ci racconta di un altro Messia che "conquista" Gerico in ben altra maniera: non per distruggere, non per depredare, ma per "cercare e salvare ciò che era perduto".
Solamente chi ha occhi come quelli del Maestro può accorgersi di quei "piccoli di statura" che stanno dentro la nostra storia: solo chi "vede in maniera nuova", come il cieco di ieri, vede donne e uomini in cerca di autentica felicità e vita e non peccatori da evitare e condannare.

Zaccheo ha cercato di compensare la sua piccolezza attraverso il potere, l'avere e l'apparire: lui, il capo dell'Agenzia delle entrate di allora, ricco da far schifo, con una rete di relazioni che lo rendeva intoccabile, amante sicuramente di festini e al centro dell'attenzione di molti in cerca di notorietà, forse anche oggi cerca di farsi un nuovo amico famoso (questa descrizione si riferisce a un personaggio della Gerico degli anni trenta… ogni riferimento ad altri è casuale). Sarà l'Altro invece a volersi fare amico di Zaccheo.
Il Maestro non teme di sporcarsi le mani con questo "pubblico peccatore" per fargli la sua proposta, dura, chiara, spietata. Nella vita di Zaccheo ecco dunque un prima e un poi. In questo "poi" nasce la condivisione dello stile del Maestro: ora l'importante non è trattenere ma condividere, far di se stesso un dono. La salvezza è tutta qui: scegliere di assomigliare a Lui e come Lui vivere, nella pienezza di una gioia che trova le sue radici nel percepirsi continuamente amati e perdonati e apprendere a fare lo stesso.

Sorella, fratello: che fai ancora su quell'albero? La tua "piccolezza", per quanto mascherata da mille cose, non sfugge al Maestro. Quel "Scendi subito" oggi è per te. Il Maestro sta provocando quella libertà che hai scelto troppe volte di svendere all'idolo del potere, dell'avere e dell'apparire, del contare. A te la risposta: nessun altro può rispondere al posto tuo.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 16 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Ritrovare lo sguardo




Lc 18,35-43

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.



La pericope evangelica odierna si rivela interessante e provocante perché ci interroga di nuovo sul nostro modo di "vedere" o "non vedere Gesù".

Già l'indicazione geografica è preziosa: nei pressi di Gerico, città emblematica nella storia d'Israele, la prima grande conquista di Giosué, il primo segno concreto di quella promessa che andava realizzandosi nelle fatiche della storia.
Qui vive la sua esistenza di escluso un cieco, che si svela essere simbolo dei discepoli e di tutte e tutti coloro che "vedono" nel Nazareno il "Figlio di Davide", quel Messia atteso che, proprio da Gerico, farà ripartire la "reconquista", la lotta contro l'odiato invasore per ritrovare tutta la grandezza di quel Regno che Davide edificò con la benedizione di Jahvé.
Quel cieco rappresenta tutte e tutti coloro che hanno una visione distorta del Maestro, coloro che trasferiscono su di Lui e dentro le sue parole i loro desideri di potere, di supremazia, di ricchezza finalmente ritrovata.

L'unica risposta a questa pericolosa cecità sta in quella domanda e in quanto segue:" Cosa vuoi che io faccia per te?": scava dentro di te per capire bene ciò che vuoi, per accettare il fatto di essere cieco. "Che io veda di nuovo": il cieco chiede di poter vedere di nuovo, cioè in maniera nuova, con occhi diversi che parlano di desideri e cuori purificati, che sanno "vedere" bene le orme da seguire dietro al Maestro.

Sorella, fratello: quel cieco siamo noi. Noi con le nostre visioni distorte e, a volte svilenti, di Gesù e del suo annuncio (penso in questi giorni a chi vanta pellegrinaggi al "Manto di san Giuseppe" per scagionare l'epidemia… perché allora non fare come a Gerico? Perché non far correre monsignori e abbadesse per sette volte intorno agli ospedali con le reliquie in mano?).

Vediamo spesso in Lui il realizzatore dei nostri desideri che sono sovente desideri di potere, desideri legati alla volontà di mostrare quanto siamo bravi a piegare Dio alle nostre esigenze e a fargli risolvere problemi e casini di cui siamo noi stessi responsabili.

A chi stiamo andando dietro? A un Messia sanguinario che viene a imporre con la forza il suo regime teocratico o al Maestro di Galilea che, pur di non imporsi e non imporre alcunché, si lascia inchiodare al trono della Croce?
Occorre chiedere con forza il dono di occhi nuovi, di uno sguardo nuovo se vogliamo anche noi "cominciare a seguirlo glorificando Dio" con il nostro stile di vita e non con le panzane pseudospirituali cui si aggrappano coloro che si ostinano a difendere un'immagine di Dio stesso ormai indifendibile.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

sabato 14 novembre 2020

Icona di una Chiesa incarnata e aperta (Immacolata 2020)

 



All’interno del laborioso e faticoso percorso dell’Avvento, la Liturgia apre una sorta di finestra che si spalanca su un panorama che rasserena e comunica speranza.

Non voglio comporre un panegirico sdolcinato dedicato alla figura di Maria, donna bella e forte del Vangelo.
Purtroppo, a tutt’oggi, vi sono tante voci (via etere ve n’è una in particolare, che si piglia ovunque, che ha fatto di Maria la portatrice di terribili segreti dati a conoscere solo a qualcuno, perché “Dio lo vole”… mah…) le quali, per troppo zelo, riescono quasi a svilire la bellezza e la grandezza di questa donna.

Oggi, in questa solennità dell’Immacolata Concezione, volgo il mio sguardo a Maria come a un’icona della Chiesa.

In primo luogo ci offre l’immagine di una Chiesa immersa nell’ordinarietà del quotidiano. Maria è donna del popolo, integrata in un villaggio che non godeva di grande considerazione (“Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth?”), pronta a seguire, ovviamente, la strada segnata dai “padri”, sottomessa alla tradizione e quindi certa di dover “pagare”, prima o poi, il debito di Eva con i dolori del parto al fine di generare (ops, mi scuso: nella cultura dell’epoca, in Israele, solo il maschio poteva “generare”; la donna era considerata un semplice contenitore) quei figli di Abramo eredi della promessa.
Maria è dunque icona di una Chiesa che è immersa nel “popolo”, nella fatica del vivere quotidiano. È immagine e icona di una comunità cristiana che non si mette al di sopra, che non scansa, che non prende le distanze, ma che si fa compagna di viaggio di un’umanità che vive in un determinato luogo, in un preciso momento della storia, e che ogni giorno affronta la sfida del vivere e non del sopravvivere (o così dovrebbe essere). È una Chiesa che si “incarna” nell hic et nunc della storia.

In secondo luogo Maria accoglie, con stupore e timore, Colui che entra nella sua ordinarietà recando un pizzico di straordinarietà.
È dunque icona di una Chiesa che si vuole incessantemente aperta all’Altro e all’altro.

È immagine di una comunità che non teme l’irrompere del Nuovo, che non ha paura di ciò che esce dall’ordinario. È immagine di una comunità che rifiuta di rinchiudersi dentro il recinto rassicurante del “si è sempre fatto così” per aprirsi alla novità di Colui che fa intravedere vie nuove, percorsi audaci, strade finora sconosciute. È l’immagine di una Chiesa che si pensa e si ripensa ogni giorno nuova dentro le storie dell’umanità, abbandonando la preoccupazione di ripetere modelli e modalità che a volte non sono che sterili reiterazioni di modelli di altri tempi.

È immagine, dunque, di una comunità che parla con parole sue una Parola che non è sua, che non la possiede ma che da essa si lascia “possedere” e guidare; una comunità che dà carne a una Parola sempre in cerca di una tenda e non di un tempio in cui essere rinchiusa; una parola capace di parlare ai cuori del nostro oggi senza ripetere pedissequamente ciò che balbettava ieri.
Maria è donna di parola e della Parola: è capace di fidarsi, di affidarsi, e per questo diventa credibile.

Ecco l’icona più bella che ci offre questa Immacolata 2020: diventare con Lei e come Lei spazi dove la Parola ritrova la sua limpida trasparenza, dove ogni a ogni parola ambigua su Dio viene tolta la maschera. Celebrare l’Immacolata Concezione significa diventare con Lei e come Lei uteri, grembi capaci di dare di nuovo carne a una Parola che offre autentica speranza e felicità non effimera per tutta l’umanità.

venerdì 13 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Spiritualità dell'ordinario

Lc 17,26-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti.
Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.
Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».
Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».


Pare un testo misterioso, quasi il terreno in cui affondano le radici quei misteriosi "segreti" che, nella più becera delle interpretazioni, vengono affidati a qualcuno perché li sveli un poco alla volta, così da tenere agganciati i "fedelissimi al messaggio" mensile! Nulla di tutto questo, anzi, al contrario, le parole del Maestro sono di una limpidezza che disinnesca tutti gli imbonitori spirituali che offrono la loro merce avariata.

Cosa fanno Noé o Lot? Nulla di speciale: vivono l'ordinarietà della vita, del quotidiano, come tutti noi. Ma a differenza di altri Noé ha costruito l'arca, gli altri si sono fatti il diluvio. Lascio la parola a un mio venerato maestro, p. Fausti: "Fuori metafora, il mondo è uguale per tutti. Ora noi possiamo vivere questo mondo, anche l’economia, tutte le nostre relazioni in modo da ammazzarci gli uni gli altri e distruggere tutto, o possiamo vivere in modo opposto di solidarietà, di condivisione, di amore, di fraternità, in modo da costruire la salvezza in questo mondo, in questa quotidianità, non in un altro mondo. Perché la tentazione è sempre di pensare che la salvezza sta in un altro mondo, invece Luca dice che la salvezza sta in questo mondo, nel modo, nello stile di vita filiale. La vita spirituale è come viviamo le cose materiali, non è una cosa volatile, far preghiere sollevandoci da terra o cose simili. La vita spirituale è come viviamo le nostre relazioni con gli altri, con le cose". Potremmo dire: la vita spirituale è il nostro modo concreto di stare dentro la storia: vivendo dello Spirito del Maestro o, al contrario, scegliendo di vivere da padroni affamati che non hanno alcun ritegno nel volere possedere tutto e tutti.

Sorella, fratello: come sempre il Maestro propone la sua via, cioè la via del dono: "Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva". È tutto qui: se semini vita continuerai a restare immerso nella vita; se coltivi la logica de "mors tua vita mea" raccoglierai solamente frutti di morte. In questo modo, anche la nostra morte corporale avrà il volto che noi gli abbiamo dato: se abbiamo sempre rubato vita si presenterà come un ladro più furbo di noi che riuscirà a sottrarci quanto abbiamo accumulato; se abbiamo donato vita essa verrà a noi come il ninfagogo che ci conduce all'incontro con lo Sposo, Colui che abbiamo amato e della cui Parola ci siamo fidati.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

mercoledì 11 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Un Escluso tra gli esclusi

Lc 17,11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Gesù, pur restando sempre un galileo fatto e finito, nutriva una certa qual simpatia per i samaritani. Forse perché erano esclusi dalla religione ufficiale? Forse perché erano considerati impuri ed eretici? Considerando le frequentazioni del Maestro, non è difficile immaginare un suo sguardo benefico su costoro, i ripudiati, gli esclusi per eccellenza (dare dal "samaritano" a un giudeo, a quel tempo, era un'offesa da punire con il sangue!).
In questa pericope, non solo uno è samaritano, ma pure lebbroso: vien da dire che piove sul bagnato!
È la logica illogica del Vangelo: quelli che per i credenti ufficiali sono esclusi agli occhi di Dio, e quindi automaticamente da escludere agli occhi nostri (perché noi siamo i soli puri che accedono ai criteri di Dio), agli occhi di Gesù sono quelli che vengono "salvati". Non solo "purificati", ma "salvati"! Mi viene da chiedere a tutti coloro che sbandierano che Gesù è il Salvatore: ma è il Salvatore di chi? Di chi ritiene di avere già la salvezza in tasca perché si piglia una messa la domenica e poi ne mette in conto un'altra la sera per "riserva" o di chi non ha altra via che incrociare lo sguardo di Colui che non guarda le apparenze, la provenienza, la religione, per posare il suo sguardo guaritore senza discriminazione alcuna?
Siamo lontani; quanto siamo miopi rispetto allo sguardo risanante di Gesù, il Maestro! E nei suoi occhi, ricordiamolo, riluce lo sguardo di quel Dio che con troppa facilità abbiamo intrappolato dentro le spesse lenti della nostra miopia religiosa, infarcita di meriti, di precetti, di farisaiche ostentazioni di pratiche religiose fatte più per soddisfare noi stessi che per metterci in comunione con Dio stesso e cambiare radicalmente la nostra relazione con l'altro.

Sorella, fratello: è tempo di lasciarsi purificare dalla lebbra di una religiosità ottusa. È giunto il tempo di farsi guarire dallo sguardo del Maestro e di diventare con Lui e come Lui un inno di lode e di gratitudine a quella misericordia divina che non teme la lebbra che infesta il nostro cuore.
È giunto il tempo, il "kairòs", in cui chi è stato escluso per troppo tempo ritrovi ora la sua dignità e impari a proclamare con la sua propria vita le meraviglie di un Dio che salva colui che, agli occhi dei religiosi benpensanti, è definitivamente perduto ed escluso. Il nostro Dio non teme di infettarsi con la nostra lebbra: ci chiede di fare altrettanto con Lui e come Lui nei confronti degli esclusi della storia.
Sporcarci le mani nel fango della storia di ordinaria emarginazione è affondarle con lui in quella melma che si trasforma in storia di salvezza e inno di gratitudine.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 10 novembre 2020

Buongiorno mondo!

Servi senza meriti

Lc 17,7-10

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».



Un piccolo ma significativo testo quello di oggi, una pericope che definisce l'identità del discepolo. "Arare, pascolare il gregge": sono le attività del Signore, che si occupa dei suoi campi e del suo gregge. I discepoli, camminando dietro al Maestro, sono associati alle sue stesse attività e con le stesse modalità: si entra nella storia dell'umanità come servi e non come padroni.
E siccome il Maestro vuol essere chiaro, non vuol lasciare possibili scappatoie al sottile fariseo che ci abita ed è sempre equipaggiato di distinguo, specifica: servi "inutili".
Si può tradurre certamente così l'aggettivo greco, ma che senso avrebbe un servo "inutile"? Un'altra possibile accezione della parola indica "che non fa profitto" e questa possibilità è forse più illuminante e attinente al messaggio del Maestro. In parole povere: siate servi che non vantano meriti, che non esigono di essere "pagati", che non svolgono il loro servizio in cambio di qualcosa. Se riflettiamo un momento possiamo comprendere meglio. Il "lavoro" del Maestro non è infatti fondato sulla gratuità e sul dono? Ecco allora il senso dell'essere "servi inutili": uomini e donne che non guardano al merito, alla ricompensa, ma vivono come e con il Padrone del campo e Pastore del gregge il loro servizio nella gratuità più totale. Non dimentichiamo che la parola "merito" ha la stessa radice di "meretricio": è la logica del "do ut des", logica che inaridisce ogni relazione con Dio e rende infernale quella con l'altro.

Sorella, fratello: siamo semplicemente servi che gioiscono del "lavoro" condiviso con il Maestro. Non abbiamo contratti a ore, non pretendiamo riconoscimenti, non esigiamo il "dovuto": per noi, come diceva Bernanos, "tutto è grazia". Non siamo possessori della gratuità di Dio: con Lui e come Lui siamo dispensatori felici di questa gratuità che passa attraverso il nostro farci servi con Lui e che ci porta a dire alla sera di ogni giorno: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". E se qualcuno ce ne chiederà il motivo, noi risponderemo: perché il nostro Maestro si è fatto servo e noi abbiamo scelto di essere tali con e come Lui.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.