giovedì 10 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Giovanni, una vita interrotta




Mt 11,11-15

In quel tempo, Gesù disse alle folle: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.
Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell'Elìa che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!».


Giovanni raccoglie la pesante eredità della predicazione profetica: una voce che spesso, nell'Israele biblico, è caduta nel vuoto, nell'indifferenza che nasce dall'idolatria. Ancora una volta la Parola si è messa alla ricerca di una voce che la potesse far udire, ma ancora una volta quella voce, per quanto grande e carica di verità, si è come strozzata e si è fermata al limite estremo, come Mosé davanti a quella terra tanto cercata, tanto sospirata ma ormai fuori dalla sua portata. 

Giovanni è l'ultimo erede della dinastia dei profeti perché ormai Colui che è il Profeta, rendendosi presente nella storia, dà carne a quella Parola che fin dall'inizio dei tempi è in cerca di un interlocutore capace di accoglierla, mangiarla e donarla sempre nuova all'umanità intera.
La violenza che ha trasformato gli antichi profeti in vite interrotte continua oggi a perseguire il suo fine: silenziare la voce che fin dalla notte dei tempi fa risuonare la domanda: "Dove sei?".
È la voce dell'Amante che cerca l'amato, noi, in ogni luogo e in ogni tempo, dentro il fango di questo uomo che ancora deve apprendere a diventare "pastore della propria animalità".
Giovanni è un grande, ma più grande di lui è chi osa la sfida del Felice Annuncio.

Sorella, fratello: Giovanni è il dito. Tu cerca la luna.
Giovanni, nella sua grandezza, si tira indietro e ci dice che bisogna avere il coraggio di andare oltre, di non fermarsi, di osare la fiducia in quel Figlio dell'Uomo che è la stessa Parola, Gesù, di cui il Battista ha cercato di farsi voce.
Da oggi l'invito è farsi profeti con il Maestro e come il Maestro nei meandri della nostra storia.
Lui ha fatto la sua parte. Quella parte l'ha consegnata a noi. Null'altro. " Chi ha orecchi, ascolti!".

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

mercoledì 9 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Un giogo che fa volare

Mt 11,28-30

In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».



Il Maestro volge il suo sguardo su tutte e tutti coloro che sono stanchi di una religione, ossia di una relazione con Dio, che non libera ma che opprime. È la religione che impone il "giogo" di una Legge che prende il posto di Dio, che identifica Dio con il precetto. È la religione che semina, coltiva e fa crescere il senso di colpa attraverso il quale minare la libertà di figli. È la religione che vuole schiavi, non figlii; è la religione che identifica nella perfetta osservanza la radice del merito: se fai così Dio ti ama, se metti tutto in pratica Dio ti dona la sua benedizione e ti rivolge il suo sguardo benevolente.
È questa religione che Gesù denuncia e in risposta alla quale propone il suo "giogo": ci libera da Dio, da questo Dio sovente costruito sui pilastri delle nostre immagini distorte e ci propone il volto di un Padre preoccupato e indaffarato per la nostra felicità

Sorella, fratello: la conversione che Gesù chiede ai suoi riguarda anzitutto proprio la relazione con il Padre. Il Maestro è venuto a liberarci dall'oppressione della presenza di un Dio irrispettoso della nostra libertà, di un Dio che si è divertito a crearci per farci soffrire, di un Dio che si rivela benevolo solamente con coloro che si sottomettono come schiavi a un volere che tutto pare proporre fuorché la nostra felicità. Lo scandalo dell'Incarnazione ci rivela invece il volto di un Padre che si preoccupa del nostro malessere, di un Padre che si propone a noi nella via del dono e del perdono perché impariamo con Lui e come Lui a vivere e a comunicare vita. Gesù è venuto a chiamarci a conversione: da Dio al Padre, il cui volto splende su quello dello stesso Maestro. A noi purificare i nostri desideri di Lui, a noi accogliere o meno questo invito.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 7 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Dio della felicità

Lc 5,17-26

Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.
Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.
Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».
Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire "Ti sono perdonati i tuoi peccati", oppure dire "Àlzati e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.
Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».


Al tempo in cui Gesù è vissuto era convinzione diffusa che malattia e peccato fossero l'una conseguenza dell'altro: soffri di tal malattia? Ebbene, Dio in questo modo ti ha punito a causa dei tuoi peccati. Per cui, sei paralizzato? Significa che in un qualche modo non hai camminato nella via della Legge e per questo Dio ti ha punito.
Ecco perché Gesù parla di perdono dei peccati che, secondo la mentalità del tempo, avrebbe causato anche la remissione della malattia.
Secolo dopo secolo questa mentalità si è diffusa e resiste ancora nei nostri cuori: ogni qualvolta succede qualcosa di grave nella nostra vita il retropensiero che Dio ci abbia in qualche modo punito è lì, resiste, si annida in noi, contribuendo così a distorcere ulteriormente l'immagine di Dio che ci siamo fatti o ci hanno trasmesso.

Sorella, fratello: cosa sono le "cose prodigiose" che sono state viste allora se non la distruzione dell'immagine di un Dio giudice imparziale e vendicativo per far posto alla proposta di un Padre che desidera la felicità per i suoi figli? Il Felice Annuncio del Maestro passa attraverso il segno di una guarigione dalla malattia fisica per ridare autenticità al volto di un Dio troppo spesso ridotto a immagine nostra e piegato al nostro desiderio di una giustizia fondata sulla nostra voglia di potere. Con troppa facilità anche oggi ci divertiamo a creare "malati" sui quali scaricare il segno di una maledizione e di un processo di esclusione divini che proviene esclusivamente da noi e dalle nostre distorte immagini di Dio, sempre troppo lontane da quella proposta dal Maestro.

"Alzati e cammina" è un invito rivolto a noi oggi: è l'invito a lasciare cadere queste immagini distorte di Dio, immagini che ricalcano più i nostri desideri che non il suo essere, per camminare dietro al Maestro e imparare un nuovo sguardo su Dio. Un Dio che è ben lontano dall'essere causa della nostra infelicità, un Dio che è capace di offrirsi totalmente in dono perché noi possiamo essere felici anche senza di Lui.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

domenica 6 dicembre 2020

Dio nelle periferie della storia (IV Avvento 2020)



ANNO B, 20 dicembre 2020, IV DOMENICA DI AVVENTO; 2Sam 7,1-5.8b-12.14a-16; Sal 88; Rm 16,25-27; Lc 1,26-38

Se la III domenica del tempo di Avvento ci ha mostrato l’incredulità di coloro che più di altri avrebbero dovuto essere aperti alla fede, quest’ultima tappa del cammino di Avvento ci scaraventa dentro il cuore del paradosso evangelico.

Nella sua opera, nel primo volume, Luca ci narra due annunciazioni: quella a Zaccaria e, oggi quella a Maria.
Quella Parola in cerca di orecchie e cuori aperti si era dapprima rivolta a chi, per professione o scelta, era ritenuto più equipaggiato a raccoglierla. Chi, preparato nei “seminari” dell’epoca, nelle scuole sacerdotali e rabbiniche, non era a conoscenza dei segreti di Dio?
Un sacerdote, nel tempio, mentre officia la solenne liturgia: se quella Parola non passa da lì da dove volete che passi? Stava offrendo l’incenso alla Presenza, alla “Shekinah”: quell’uomo poteva essere lontano da Dio? A quanto pare sì. Possiamo celebrare ma non è detto che Lui sia presente; possiamo dire che c’è ma non si vede, come in una sorta di magia, un gioco di prestigio: il trucco c’è, ma non si vede.

Sappiamo che Luca ci mette del suo nel raccontare l’annunciazione a Zaccaria, però il messaggio è chiaro: il Dio conosciuto e posseduto dalla religione ufficiale non è quello la cui Parola/presenza è arrivata a Zaccaria. È il Dio che ha disturbato il tranquillo svolgersi di una sacra funzione, è il Dio che non rispetta le sacre tradizione dei padri (che razza di nome è Giovanni? Nessuno tra i miei si chiama Giovanni!), ergo: non può essere il nostro Dio, le cui leggi e precetti conosciamo bene da secoli. Per il sacerdote Dio non disturberebbe mai una funzione al tempio: aspetterebbe con calma il suo turno per poi farsi annunciare.

Allora, ecco il paradosso, la Parola vola (si tratta pur sempre di angeli) altrove e arriva su, a nord, in quella terra di cafoni zotici, che non sanno nemmeno parlare in maniera chiara e come si deve; gente che anche a livello religioso lascia a desiderare. Lì, in quel “Ghelil ha-goyim”, in quel distretto fatto di gente mezzo pagana, di gente che è lontana da Gerusalemme e dalla sua religione ufficiale, in quella terra che pareva pure dimenticata da Dio, la Parola sceglie di atterrare proprio lì. Come se da noi, oggi, Dio decidesse di passare per la voce di un senza fissa dimora o del tossico che incrociamo ogni giorno e ci dicesse: Sono io! (Tranquilli, non accade… almeno per il momento… sul fatto poi che Dio bazzichi da quelle parti, beh.. altro discorso…).
Ancora più paradossale, la Parola soffia, zufola dentro gli orecchi e il cuore di una giovane ragazza (una donna! Ossignore Benedetto! Non c’è davvero più religione! Dio che si rivolge a una donna e per di più galilea!, direbbe il dottore della legge di allora e di oggi…). Una donna in attesa di andare finalmente a vivere con il suo sposo dopo aver espletato tutte le pratiche relative riguardanti gli accordi tra le due famiglie (dunque Maria si trovava nell’anno che doveva necessariamente passare tra la stipula del contratto e l’inizio della convivenza more uxorio con il suo promesso).
Ecco dunque quanto proclama oggi la Parola: ci dice chi è il Dio che mostra il suo volto in quel Figlio che questa ragazza darà alla luce.

È il Dio dei paradossi. Non è più solamente il “Dio che sconvolge le vie degli empi”, come cantava il salmista, ma il Dio che ribalta le comode stanze religiose in cui l’abbiamo rinchiuso per potercene servire a nostro piacimento, o per poterlo asservire ai nostri desideri.

È il Dio che passa dentro le periferie della storia, quelle impastate di tanta invisibilità, per renderle visibili con Lui e portarle alla luce con il Felice Annuncio.

È il Dio capace di stupire e di meravigliare perché non si “schifa” della nostra storia, ma si vi si immerge per soffiarvi dentro l’ossigeno della sua Parola e farla così ripartire, aprendo vie di speranza.

È il Dio che, in Gesù, si offre e si apre alla nostra quotidianità, che vive con noi la fatica del mestiere di vivere e ci invita a guardare con lui questo mondo per trasformarlo insieme a Lui, in un Eden dove ciascuno può assaporare il gusto della piena umanità ed è reso custode dell’umanità della sorella e del fratello.

Maria è la prima a comprendere e a vivere la fatica di passare dal professare che Gesù è Dio (la nostra religione) al credere che Dio è Gesù (la bella proposta di fede che emerge dai Vangeli).

venerdì 4 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Sequela quotidiana

Mt 9,27-31

In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».
Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».
Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi.
Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.



Il capitolo 9 di Matteo si apre con la guarigione del paralitico (guarigione/liberazione per camminare dietro al Maestro), prosegue con la chiamata di Matteo (i peccatori non sono esclusi dalla misericordia ma ne sono i primi beneficiari) e la discussione sul digiuno con l'insegnamento sul vino nuovo. Seguono altre quattro guarigioni, di cui le ultime due sono quella dei due ciechi e quella di un muto. Si chiude con un quadro che dipinge Gesù che, preso dalla compassione, invita a pregare perché altri possano arrivare a lavorare nella "messe abbondante". Qui si apre il capitolo 10, quello sull'invio in missione.
Ecco, seguire il Maestro significa accettare di farsi guarire mentre si è inviati a porre i segni di liberazione del Regno dentro l'umanità. Non si possiede alcun potere, ma possiamo guarire mentre siamo noi stessi guariti. E una delle guarigioni più importanti riguarda i nostri occhi, il nostro sguardo spesso malato su Gesù e il suo messaggio. Per rispondere alla domanda: "Credete che io possa fare questo?" occorre essere coscienti di ciò di cui veramente abbiamo bisogno.

Sorella, fratello: interroga il tuo cuore, prepara bene la strada, guarda dentro di te per chiedere a Colui che visita il suo popolo ciò di cui veramente hai bisogno. In primo luogo, come tutti, hai forse bisogno di uno sguardo rinnovato, di un modo nuovo di porti dietro al Maestro. Come i due ciechi anche tu stai "seguendo" il Maestro, o forse ti illudi di seguirlo perché stai facendo tutto quello che altri ti hanno insegnato e detto. Scava il tuo pozzo nella fatica quotidiana: è giunto il tempo di lasciare che Lui apra i tuoi occhi "secondo la tua fede", non secondo le tue pratiche religiose.
Il Maestro non ha bisogno di soldati che annuncino e combattano per il Figlio di Davide, ma di donne e uomini che imparino ad assomigliare al Figlio del Padre. Se non è questo l'annuncio, allora "Badate che nessuno lo sappia", cioè, state zitti per non creare false immagini di Lui e del Regno.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

mercoledì 2 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Il Volto della compassione

Mt 15,29-37

In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò.
Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d'Israele.
Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.



Il Volto di Dio che si manifesta in Gesù di Nazareth è il volto di un Dio che nutre compassione per l'uomo. Nella tradizione biblica l'avere compassione è un attributo tipicamente divino che si manifesta essenzialmente non tanto nel nutrire sentimenti di vicinanza a chi soffre quanto piuttosto nel "darsi da fare" attivamente per eliminare la causa della sofferenza dell'uomo stesso. In Gesù ci viene offerta un'immagine vivida di questo Dio che non sta bene quando l'uomo soffre e che, per questo, si attiva perché vuole vedere i suoi figli felici.
Ma, come nel processo della creazione, egli limita la sua "onnipotenza" legandola alla nostra capacità di condividere con noi quella sua stessa compassione: in Gesù egli ci mostra che la sola via di guarigione per l'umanità passa attraverso la solidarietà e la condivisione. Con Lui e come Lui ci vuole capaci di farci carico delle sofferenze e delle fragilità dell'altro per "venirne fuori" insieme.


Sorella, fratello: stai cercando, con il salmista, il volto di Dio? Lo troverai in ogni donna e ogni uomo che con Lui e come Lui si fanno carico delle sofferenze dell'umanità.
Il Maestro ci ha consegnato l'icona, il volto di un Dio indaffarato a sollevare l'umanità dalla sua sofferenza.
Non ci vuole felici perché siamo al suo servizio, ma ci vuole felici perché con Lui e come Lui ci facciamo servi dell'umanità che è "digiuna" di vita, di gioia, di desiderio di vivere in pienezza.

La domanda è per noi: "quanti pani abbiamo?", cioè quanto siamo disposti a mettere sul tavolo della vita? Lui ha messo tutto. Tu quanto metti?

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 1 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Sguardi beati

Lc 10,21-24

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».



"Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete": ma cosa vedono quegli occhi che in tanti prima di loro hanno desiderato vedere e non hanno visto? È la domanda che mi pongo davanti a questo testo. Il Maestro parla ai suoi in disparte, dopo che sono rientrati dalla missione e condiviso un momento di gioia del Maestro stesso. Quegli occhi vedono ciò che è precluso ai "sapienti e ai dotti". Intrappolati nella loro visione di Dio, di quel Dio che hanno inscatolato dentro le loro costruzioni teologiche, dentro le gabbie del loro sapere che è diventato potere, i"sapienti e i dotti" non riescono a percepire, a vedere la presenza di Dio che si rivela in colui che è "l'esegeta del Padre", il rivelatore del volto autentico del Deus absconditus, del Dio "misterioso" dei profeti, del Dio creatore che si rivela ritirandosi per fare spazio all'uomo. Gli occhi dei discepoli sono beati perché possono vedere il Volto senza morire, possono pronunciare il Nome impronunciabile dell'Altissimo.

Sorella, fratello: la beatitudine potrà brillare anche nei nostri occhi quando finalmente compiremo il passaggio che ci conduce a credere e ad affermare che Dio è Gesù. Quando finalmente ci apriremo ad accogliere questo Felice Annuncio, questa splendida notizia che Dio è Gesù allora anche noi entreremo a far parte di quei "piccoli" che si sono fidati del Maestro e della sua vita e che nel suo stile di vita hanno saputo cogliere la presenza di un Dio che sceglie di farsi prossimo ad ognuno di noi. Se il Figlio è Colui che ci rivela il Padre, allora con Lui e come Lui siamo inviati a fare lo stesso: rendere beati gli occhi di coloro che ci incontrano perché percepiscono in noi e nel nostro stile di vita la presenza misericordiosa del Padre.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.