lunedì 4 gennaio 2021

Buongiorno mondo!

Cercatori di vita

Gv 1,35-42

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì che, tradotto, significa maestro, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia», che si traduce Cristo, e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.


Il Battista indica Gesù che passa, lo dipinge con una certa espressione e due dei suoi cominciano a seguire Gesù. È l'inizio dell'avventura: semplicissimo, quanto mai banale principio di una storia di cui facciamo parte e che ogni volta si rinnova. Cosa avranno compreso i primi due delle parole di Giovanni? Credo molto poco: si sono forse fidati di lui e si saranno detti: "Proviamo. Se lo dice lui!?".

Quella sequela silenziosa è illuminata dalla domanda di Gesù: "Che cosa cercate?". La risposta non è banale: "Dove abiti?", che potremmo comprendere con un "Dove vivi? Come vivi? Che vita fai?". Dietro quel "Dove abiti?" vi è forse la ricerca di un modo diverso di vivere. E Gesù accoglie la richiesta con il famoso "Venite e vedrete". Gesù non consegna una dottrina, non fornisce una ricetta, non offre buoni consigli come i dottori dell'epoca: propone un'esperienza concreta, fa una proposta di vita. È come se dicesse loro: "Fate voi stessi esperienza, non cercate informazioni dall'esterno: venite a vivere con me e scoprirete come vivo io, in base a cosa oriento la mia vita, a chi mi dedico, perché vivo in questo modo".

Sorella, fratello: è questo, forse, il passo decisivo da compiere oggi per far ripartire la nostra esperienza cristiana. Infatti, se qualcuno oggi si avvicinasse a noi e ci chiedesse: "Dove vivete? Cosa c'è di interessante nelle vostre vite? Perché vivete così?", cosa risponderemmo? La nostra umanità oggi ha sete di persone che vivono e non di chiese che cercano di sopravvivere. Siamo in cerca di vite vissute che parlano e non di istituzioni che regolamentano, determinano, insegnano. Una Chiesa esperta e maestra di umanità è la casa nella quale invitare tutte le donne e tutti gli uomini assetati di vita. È questa la Chiesa del "Venite e vedrete": quella formata da donne e uomini che osano la sfida di quell'Uomo che propone un modo di vivere differente e interessante. Una sfida che oggi è posta nelle nostre mani.

Sapremo ridare fascino all'antico invito? Sapremo ridire con parole e vite nostre quel "Venite e vedrete" iniziale?

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.


venerdì 1 gennaio 2021

Auguri!

Duemila21

Vorrei indirizzare a tutte e a tutti voi il mio augurio per questo nuovo anno che inizia.
Mi piacerebbe dire Buon Anno, ma preferisco augurarvi un Anno Bello, perché la Bellezza si pone al di là dell'utile e dell'inutile: la Bellezza è totalmente gratuita.
Dunque, sorella, fratello, il tuo sarà un Anno Bello

Se scegliendo la via della bontà non sarai mai più considerato un "buonista",

Se vivendo dentro una relazione ferita non conoscerai mai più le ferite da relazione,

Se nella tua comunità cristiana sperimenterai quotidianamente il potere del servizio e non più il servizio del potere,

Se percorrerai ponti costruiti sulla convivialità delle differenze e non sbatterai contro muri generati dall'indifferenza e dall'egoismo del "prima noi",

Se ridarai alla parola tutto il suo valore e la sua dignità generandola nella mente e nella coscienza e non nella pancia,

Se nella tua casa, nel tuo quartiere, nella tua città nessuno sarà più invisibile,

Se saprai con coraggio farti voce di chi non ha voce anche quando il frastuono dell'odio cercherà di zittirti,

Se finalmente saprai ritrovare un uso sensato dei social media, trasformandoli in piazze per ritrovare amici e non in feudi popolati da nemici e da odiatori,

Se saprai essere un mite costruttore di pace "trasformando le lance in vomeri e le spade in falci" perché ognuno abbia il suo pane,

Se la politica tornerà ad essere un'arte, libera da logiche di potere di partito e capace di pronunciare di nuovo, senza paura di perdere consenso, le parole "Bene Comune",

Se quelli che chiamiamo "servitori dello Stato" si ricorderanno ogni giorno che sono a servizio dei cittadini e non i cittadini a servizio loro,

Se le "molte fedi" diventeranno percorsi di umanizzazione rinunciando ad ogni violenta pretesa di verità assoluta e irrinunciabile,

Se la parola "Dio" non sarà mai più pronunciata invano per scaricare su di Lui le nostre malefatte,

Se il dolore e la sofferenza di uno saranno il dolore e la sofferenza di ciascuno.


Ma per me questo è già un Anno Bello, sorella, fratello,perché tu ci sei e continui a camminare insieme, nella fatica quotidiana.

È già per me un Anno Bello perché insieme a te percorriamo la via che ci conduce a diventare "pastori della nostra animalità".

Così facendo potremo vivere da Fratelli Tutti in Amoris Laetitia e la terra diventerà finalmente una casa comune dove esprimeremo in tutta la sua bellezza quella somiglianza all'Immagine di cui siamo portatori.

Un Anno Bello a tutte e a tutti voi.

Buona vita.

giovedì 31 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Dio è Gesù

Gv 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.



18 versetti del Vangelo di Giovanni che, ancora dopo tanti anni, se da una parte generano in me timore, dall'altra suscitano stupore e senso profondo di gratitudine. È un testo da contemplare, da lasciar parlare ancora, ancora e ancora. E quando si pensa di averlo finalmente compreso, quando si ritiene di essere penetrati nelle sue profondità, si ha la sensazione di essere ancora alla superficie: c'è sempre un plus che sfugge, che chiama a proseguire, a continuare il cammino di scoperta.

Non me la sento di dire molte parole: mi parrebbe di rovinare una tal perfezione.

Rimando solamente alla sconvolgente rivelazione contenuta nell'ultima strofa. Quel Gesù che è nel "kolpov tou Patros", letteralmente "nel'utero del Padre" la dice lunga sulla nostra comprensione limitata di ciò che fino ad oggi chiamiamo Dio affibbiandogli definizioni teologiche fondate spesso sul nostro desiderio di avere un Dio a nostra portata, fatto a nostra immagine più che noi alla Sua. Cosa vi è di più intimo dell'utero, la culla della vita? Cosa vi è di più delicato? Cosa vi è di più importante nella storia dell'umanità? Senza quella culla non esisteremmo, la vita non potrebbe essere trasmessa. Ci pensiamo mai? La vita, solo e semplicemente la vita.

Quel Gesù lì, quello che vive nel "kolpov tou Patros", Lui è il solo che ci rivela il volto di Dio. Per questo non smetterò mai di dire e proclamare e invitare a cambiare prospettiva nella nostra fede: dal Gesù è Dio a Dio è Gesù, perché solo Lui ha la chiave che ci permette con Lui e come Lui di trovare posto nel "kolpon tou Patros". Non abbiamo altre vie che la vita di Gesù di Nazareth per comprendere chi è Dio. Una volta compreso questo allora, e solo allora, potremo anche comprendere chi siamo in realtà noi.

Così facendo entreremo da umani fatti a Sua immagine nel creato. Talmente umani da essere divini, generati nel "kolpon tou Patros", portatori sani di vita con Lui e come Lui.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

mercoledì 30 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Dentro la vita

Lc 2,36-40

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C'era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.



Maria e Giuseppe adempiono quanto prescritto dalla "legge del Signore". Una famiglia normale, che segue la prassi religiosa del tempo, svolta la quale fa ritorno al villaggio.
Gesù cresce e si sviluppa in questa ordinaria quotidianità che a noi, un po', sconcerta. Sconcerta perché non ne sappiamo nulla, ma proprio nulla. Possiamo pensare, possiamo immaginare, possiamo sognare ma, di fatto, non sappiamo nulla.
Ora, questo nulla a me dice molto. Il Verbo ha scelto di farsi uno di noi in tutto: questo "silenzio" sulla sua infanzia, sulla sua adolescenza, sulla sua giovinezza, dice proprio questo. Ë uno di noi, uno che se non lo cerchi non lo trovi perché non lo vedi. Ha scelto di vivere la nostra quotidianità, con le sue ombre e le sue gioie, le sue paure, le sue ansie e i suoi sogni, i suoi aneliti verso un qualcosa di non sempre definibile. Ci si aspettava un "Signore" e ci troviamo tra le mani uno come noi. Gesù, ebreo, forse garzone alla bottega del padre (per quanto ne sappiamo); forse sorgente di ansie e preoccupazioni, senza forse a mio avviso, uguali a quelle che provano i genitori davanti ai loro figli che scalpitano e vorrebbero… vorrebbero… che cosa? Ma valli a capire, 'sti figli… Gesù avrà avuto la prima cotta per la ragazzina? Se è uno di noi, credo di sì. Con chi ne avrà parlato? Con la madre? Col padre? Con il Padre? Abbiamo un bel professare la nostra fede nel Signore, ma dimentichiamo con troppa facilità che anche lui ha scelto di farsi come noi: dunque?

Sorella, fratello: questo "bambino" che cresce ha voluto e scelto di essere uno di noi. Ha voluto sperimentare la nostra fatica del quotidiano. Ha voluto esserci, nella storia, starci dentro in tutto e per tutto. E noi chi siamo per scappare fuori? E noi chi siamo per rifiutare la fatica di costruire questa umanità che lui ha scelto per condividere con essa il dono della divinità? Già Dante l'aveva capito: non siamo fatti per le cose piccole, ma per quelle grandi, non siamo fatti per "vivere come bruti"... Solo che la grandezza costa fatica, sudore, cammino. Il Maestro non si è tirato indietro. E noi? Nella vita, nella fatica, finanche dentro la sofferenza, bisogna starci, dasein, esserci: non con le piume, non con le paillettes, non con i vestitini leopardati, non con le piccole spiritualità dalle consolazioni facili, ma con i calli alle mani e, a volte, la lingua fuori. Lui lo ha fatto, per "crescere e fortificarsi". E noi?

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

martedì 29 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Tradizione e tradizioni

Lc 2,22-35

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse:
«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».



Luca ci porge questo delicato racconto che ha il sapore quasi di un passaggio di consegne tra il Primo e il Nuovo Testamento. Il vecchio Simeone, a differenza di tanti altri anziani d'Israele, si apre alla novità che irrompe nella storia e sa riconoscere in quell'insignificante fanciullo la Luce che si rivela al mondo. Simeone non resta tenacemente abbarbicato al suo mondo, alle sue concezioni religiose, alle dottrine e ai precetti che per lunghi anni ha seguito ed osservato. Si lascia condurre dallo Spirito per riconoscere l'inedito volto di Dio che si rivela a Lui in quel momento. Il suo "nunc dimittis" non rappresenta ormai il morire per aver visto il Signore, ma il riposare nella pace proprio di chi finalmente riconosce che il Signore non ha dimenticato il suo popolo e, nella sua misericordia, ancora pone la sua tenda in mezzo ad esso. Ecco perché Simeone è un rappresentante dell'autentica Tradizione: egli comprende che questa non è una sterile ripetizione del passato a tutti i costi e contro tutte le novità, ma l'accoglienza di una rivelazione che affonda le sue radici nel passato e nell'oggi si rende sempre nuova, più ricca e feconda se aperta al dono dello Spirito.

Sorella, fratello: Simeone oggi ci invita all'apertura, alla novità del Regno che passa attraverso l'inusuale volto di un bimbo che si sottomette alla "Legge del Signore" per superarla e portarla al suo pieno compimento. Egli ci invita a non pietrificare il dono ricevuto ma a renderlo sempre nuovo e capace di fascino per il nostro oggi. Non è rimpiangendo tempi antichi e vecchie tradizioni che permetteremo al Vangelo di brillare della sua autentica luce. È possibile che anche questo dolorosissimo evento della pandemia ci stia indicando strade nuove, inedite, mai provate prima. Rinchiudersi in una rancorosa memoria del passato ha il solo risultato di farci mancare l'appuntamento con questo "kairòs".

Simone, l'anziano, è di certo più giovane di tanti tra noi. Simone, l'anziano, si lascia muovere e smuovere dallo Spirito. Siamo forse più vecchi di Simeone?

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

lunedì 28 dicembre 2020

Buongiorno mondo!

Erode vive!

Mt 2,13-18

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:

«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».



Matteo è l'unico, tra gli evangelisti canonici, a narrare quella che è stata definita come la "strage degli innocenti", anche se io, personalmente, preferisco definire questo racconto come "Erode, l'orgia del potere".

Matteo applica lo scritto di Geremia, che fa riferimento a madre Rachele che piange per le violenze e la brutalità subite dai figli di Israele fino alla deportazione a Babilonia, alla violenza che accoglie Colui che viene a visitare il suo popolo. Una violenza che affonda le sue radici nel potere politico e religioso: il Creatore che nel giardino cercava la compagnia dell'umano ancora una volta si trova alle prese con un umano che fatica terribilmente a farsi "pastore della propria animalità", cedendo alle lusinghe del potere , dell'avere e dell'apparire. Erode, come tanti nel nostro oggi, non trova di meglio che sfoderare il suo potere riversandolo in tutta la sua brutalità sui "piccoli", sui fragili, sugli inermi della sua e nostra storia.

Erode, ogni Erode di ogni tempo, non sa fare altro che silenziare togliendo l'alito della vita tutte e tutti coloro che, in un modo o in un altro, sono ritenuti un pericolo per il suo potere. Erode è il tipo che oggi, con noncuranza e disprezzo, usa e consuma i poveri e gli ultimi come addobbi di Natale per mascherare, con una parvenza di carità, il suo desiderio smodato di primeggiare e di consolidare il proprio potere costruito ad arte sulla propaganda e sull'ignoranza di chi scalcia per sedersi alla sua tavola.

Sorella, fratello: Rachele, Giuseppe, Maria e… continuano a fuggire oggi in cerca di pace e dignità. I loro volti sono perennemente rigati di lacrime, solcati dalle profonde rughe che nascono dall'impossibilità di trovare pane, pace, tranquillità, vita dignitosa.
Il Vangelo oggi non ci mostra falsi Babbi Natale che una volta l'anno si ricordano dei poveri che loro stessi hanno contribuito a generare con politiche fondate sull'esclusione. Il vangelo ci sbatte in faccia con crudezza che nella vita di quella famiglia che è costretta a scappare si riflettono le vite di migliaia, milioni di famiglie che ancora oggi continuano ad "alzarsi nella notte, a prendere i figli, e a rifugiarsi" altrove in cerca di vita. Se questa pandemia non ci ha ancora insegnato che l'unica via per riappropriarci del nostro essere umani è quella della solidarietà e della compassione "a perdere", questo significa che abbiamo perso le tracce di quella Famiglia. Forse siamo entrati, con troppa facilità, nel palazzo di Erode e con lui stiamo festeggiando i fasti del potere.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

In cauda venenum: nelle foto pubblicate dal "Capitano in versione natalizia" non ho notato persone di colore ( a parte una donna di origine eritrea, pare, che, per i noti frequentatori del Papeete, potrebbe passare per "abbronzata"). Gli unici "coloured" che appaiono alla tavola del Senatore sono dei "profiteroles" che mi auguro italiani e non importati dal Mississippi...

"Ahi serva Italia, di dolore ostello...", direbbe il Sommo.

giovedì 24 dicembre 2020

Buon Natale

 

Il Dio che cammina con gli "scarti"

Natale 2020 (Liturgia della notte) Lc 2,1-14


Giungiamo così alla conclusione del percorso che ci ha visto camminare insieme sulle vie dell’Avvento.

La quarta domenica, con l’entrata in scena di Maria, ci ha posto davanti al Dio dei paradossi, a Colui che va “oltre”, che passa al di là delle nostre concezioni religiose, delle nostre credenze, per mostrarsi davvero come il Totalmente Altro, Colui che aspettiamo ma che non ci aspettiamo.

La solennità del Natale, o meglio, il memoriale che rende vivo il mistero dell’ Incarnazione, ancora una volta entra nella nostra storia ribaltandone prospettive, attese e desideri.
Ci attendevamo l’arrivo trionfante di Colui che è Signore e ci ritroviamo tra le mani un bimbo, partorito all’interno di una stanza maleodorante, accolto per pietà, diremmo noi, da chi, aprendo la propria casa, ha voluto condividere la povertà ordinaria e quotidiana.

Fossimo stati avvertiti noi ci saremmo preparati in pompa magna, con Eccellenze, Monsignori, notabili e tutta la sfilata al gran completo: “Osanna al Figlio di Davide”, canteranno (e canteremo) dopo qualche tempo gli stessi che invocheranno poi la crocifissione di Colui che ha deluso le nostre aspettative.

Gli unici che vengono avvertiti dell’evento sono dei pastori. Insomma, non proprio i migliori rappresentanti della società di quel tempo: rozzi, ladri, pronti a fregarsi l’un l’altro, avvezzi a violenza bruta pur di strappare qualche soldo in più.

Il testo del Vangelo si apre sulla corte imperiale, che sfoggia il suo supponente potere “censendo”, contando le teste che ha conquistato; poi, tra i dolori del parto e le urla del neonato, plana dolcemente e pone il suo sguardo su di un altro “esercito”: le “milizie” composte da chi canta la bontà e la misericordia di Dio verso ogni uomo. Quelle stesse “milizie” che oggi sono silenziate dalle urla di chi quotidianamente ingaggia battaglie contro una “Chiesa mondana” che, a parer di tanti, da cittadella fortificata si è ridotta a “ospedale da campo” per l’umanità (credo che anche il buon Dio mostri tanta pazienza con Sua Emittenza, patron di Radio Ovunque).

L’attesa, però, è finalmente colma, il desiderio può essere finalmente riempito: il nostro Dio è lì, posato, deposto dentro una cassetta dalla quale le bestie traggono alimento (questa immagine la dice lunga su chi siamo noi o su chi pretendiamo di essere e chi è questo Dio che vorrebbe da noi farsi mangiare. Mi ricordo di una bella espressione di Paul Beauchamp: nella racconto della creazione l’invito sommesso di Dio all’uomo è quello di “diventare pastore della sua animalità”: credo sia urgente un ripasso).

Eccolo lì, il nostro Dio: se nella quarta domenica si preannunciava come il Dio delle periferie, ora si mostra davvero in tutto il suo splendore: il Dio degli “scarti”, il Dio degli scartati della storia.
Il Dio tanto temuto, il Giudice inflessibile, il castigamatti degli empi, in Gesù si rivela come Colui che vuole condividere la nostra storia partendo dagli scarti, da quelli che noi non oseremmo neppure salutare, da quelli che scansiamo con cura, da quelli che vorremmo eternamente invisibili.

È talmente scioccante, inaudito, inusuale un Dio così che facciamo di tutto per tenerlo lontano. Ecco allora l’enfasi della poesia del bambinello; ecco il dolce viso e il sublime suono degli angeli; ecco i pastori che, come d’incanto, d’un tratto sono resi presentabili e persino amabili.
Il dottore della legge che abita in noi, il professionista del sacro, deve per forza indorare la pillola: ne va del suo potere di controllo su Dio e sul popolo. Un Dio che ama e si fa uno con gli “scarti”? Ma che Dio è? Che Dio è quello che sceglie di arrivare sui barconi (non era meglio e più spettacolare continuare a camminare sulle acque?)? Che Dio è quello che si china su chi dorme coprendosi con i cartoni alla stazione? Che Dio è quello che arriva a offrirmi il suo perdono gratis e mi dice “vai e anche tu fai lo stesso”?

Dio, nel suo esodo continuo, continua, anche a Natale, a “fare Pasqua”, a passare oltre e a trascinare in questa folle avventura impastata di misericordia di perdono tutte e tutti coloro che osano e raccolgono la sfida di Gesù: con lui e come Lui diventare noi stessi Felice Annuncio dentro le periferie della storia con gli scarti del mondo, dicendo e gridando che siamo certi che Gesù è Dio, ma siamo ancor più certi e felici che Dio è Gesù.

Buon Natale.